29 gennaio, 2016

Racconto...l'incubo

Prosa: l'incubo

Anna aprì faticosamente gli occhi.
Un lampo improvviso l'accecò.
Riabbassò le palpebre.
“Che strano risveglio!?!”. Pensò perplessa
Si sentiva indolenzita e disturbata da un forte e inusuale mal di testa.
“Che mi succede?” si chiese
Le parole le rimbalzarono addosso come l'eco da una grotta profonda: “che..eee...mi.iiii..su..cce.deeeee!”
“boing,boing, boing” Il rimbalzo le martellò la testa di fitte doloranti.
“ Oddio, come sto male!!” pensò sentendo l'ansia arrivare con le sue oscure gramaglie.
“Perchè sto così male? non bevo, non fumo, mangio dietetico, vado a letto presto!”
Altre volte aveva riso di quella sua vita monastica, ma non ora.
Cercava nella confusa mente un “qualcosa” che giustificasse lo strano malessere. Niente.
Un improvviso flash squarciò la mente “l'odore”.
Un odore acre penetrava nelle narici
“Oddio! non sono a casa mia!” urlò con i crampi allo stomaco
“Che mi succede?...che mi succede? “ si tormentò alimentando, con le sue paure, nuove e più doloranti fitte.
“Dove sono???” urlò. Nessuna risposta. Nella mente il vuoto.
La paura dell'ignoto la portò a torcersi le mani.
Non si mossero. Le sue mani erano gelidamente aggrappate ad un freddo metallo. Erano le sponde del suo stretto giaciglio, constatò.
Questa scoperta animò il terrore e mille dubbi giostrarono nella mente già provata
“Oddiooooooooooooo! Non sono a casa mia, non sono nel mio letto...dove sonooo?” esplose con quanto fiato aveva in gola
Non ottenendo risposta: “ calmati” disse a se stessa
“ Si,si, se starò calma farò mente e sicuramente troverò le risposte ai miei perchè!”
Un altro flash cancellò tutto:“ un incubo!...ecco sto dentro un incubo...tra un po' il letto oscillerà ed io cadrò urlando nel vuoto!...si,si...è così e non sarebbe la prima volta!”
“devo svegliarmi!” decise. Provò a sollevare prima una gamba, era rigida, pesante come granito e così l'altra
“bastaaaaaa, qualcuno mi svegliiiiii!”
L'urlo le si strozzò in gola
Il giaciglio cominciò ad ondeggiare come barca colta di sorpresa dal maestrale. Le orecchie pulsarono sotto un vortice di venti impazziti.
Anna, per non cadere, si attaccò, come ventosa, alle sponde
“Oddio, che mi succede, dove sono? Come son finita dentro questa bufera? Urlò
“ c'è qualcuno con me? Mi avete sequestrata? Drogata?” strillò, tra singhiozzi di disperazione, tutto quel che la sua immaginazione, addestrata dai film d'azione, le suggeriva
“ Per pietà, sono un'impiegata, non possiedo nulla, avete sbagliato persona...!”
Fuori di testa per le incognite, vomitava tutte le ipotesi possibili per pianificare dentro una qualsiasi logica la drammatica situazione che stava vivendo.
Non ricevette risposta
Era sicura di non esser sola, di trovarsi sopra un mezzo di trasporto. Dal dal beccheggio del mezzo, poteva supporre d'essere su una barca.
Cominciò a piangere e nel pianto vomitava istericamente sia suppliche pietose che maledizioni
ai presunti sequestratori
Le immagini dei suoi cari sfumavano nella mente stanca, dolorante. Avrebbe voluto gridare il loro nome, perchè qualcuno accorresse ma...non li ricordava
Udì il suono di una sirena. Il cuore prese la rincorsa della speranza
“qualcuno avrà denunciato la mia scomparsa, i servizi d'ordine mi staranno cercando, mi salveranno!” Pensò la donna. Il battito cardiaco martellava le tempie, l'ansia contraeva lo stomaco
“che giorno sarà? Perchè non sono al lavoro? Signore aiutami!!”
Urlava la donna nella speranza che qualcuno la udisse e non solo pensava, con i suoi strilli, di spaccare i timpani ai sequestratori così l'avrebbero scaricata per liberarsi delle sue urla
Qualcosa o qualcuno si mosse accanto a lei. “Aiuto!!!! sono qui, salvatemi!!!” urlò con quanto fiato aveva in gola. Un eco disarmonico di parole, come fuoriuscite da un megafono, martellò impietoso i timpani doloranti della donna “stia zitta! Stia zittaaaaaaa...non se ne può più!!”
“vorrei vedere te al posto mio! Maledettooo!!! Chi sei? Cosa vuoi da me? Perchè mi tieni prigioniera!...liberami, non sono ricca, ti pregooo” invocò la donna passando dal tono prepotente a quello pietoso.
Per tutta risposta il megafono gracchiò “ La smetta di rompere i timpani!” intanto due forti mani assicurarono le caviglie e i polsi della donna alle sponde del giaciglio.
“nooooooooooooo!” urlò con quanto fiato aveva in gola: “ liberatemi, soffro di claustrofobia...vi prego starò buona, non urlerò più!”
“cosa volete da me? Perchè sono prigioniera?...piagnucolò, colta da conati di vomito
Si addormentò per la stanchezza.
Quando Anna si svegliò il mal di testa, seppur attenuato, le ricordò l'incubo. Era sempre ancorata allo stretto giaciglio ma non udiva né motori né rollìi. L'ambiente era ovattato, silenzioso, troppo silenzioso. L'odore era lo stesso, solo più acre tanto che il naso infastidito, le prudette.
Sollevò la mano per alleggerire il fastidio...era libera. Distratta dal prurito non udì i passi felpati che le si avvicinarono. Qualcuno le toglieva di dosso i jeans tirandoli a strattoni dalla caviglie.
Avrebbe voluto ribellarsi, difendersi, urlare, scalciare ma...era troppo stanca, confusa, impedita, come se uno schiacciasassi le fosse passato addosso
Per la paura svenne.
Quando ritornò in se si rese conto di avere addosso un camicione che le copriva solo il davanti mentre, la parte posteriore poggiava scoperta sopra un fresco lenzuolo.
Fattasi coraggio, Anna aprì gli occhi.
In una nuvola di nebbia due fantasmi bianchi roteavano nella stanza confondendosi l'uno nell'altro. Un raggio di luce evidenziava alcuni quadri di un nero lucido dove teschi umani ridevano guardandola con enormi cavità orbitali.
“ o sono morta e attendo che mi chiamino dall'ufficio “ tuus locum ab aeternum” o sono al manicomio.. impazzita!” Pensò rassegnata la donna
Chiuse gli occhi per ascoltare l'altra metà di se stessa, quella più spiritosa , che stuzzicandola le rammentava che i manicomi erano chiusi, mentre, l'ufficio “destinazioni definitive” ” di San Pietro era aperto. In un' altra occasione avrebbe riso, adesso non le sembrò il caso. Si addormentò.
Al risveglio la nebbia era svanita, tutto aveva smesso di roteare, anche i fantasma si erano fermati, le stavano di fronte voltandole le spalle..e non erano fantasmi ma due uomini in camice bianco. sollevavano verso una fonte di luce delle lastre craniche
La donna concentrò l'attenzione sulle parole dei due.
“bla, bla, bla trauma cranico bla, bla, ischemia, bla,bla macchia bianca più evanescente delle lastre precedenti...bene, bene
“ professore pensa che possiamo mandare la signora in corsia?”
“uhummm, rivediamo il tutto! a che ore è arrivata l'ambulanza con la signora?”

“ alla undici e trenta... ah professore la signora, durante il tragitto ha avuto un violento attacco di panico!” Lente lacrime scesero sulle gote di Anna: Sono viva.


27 gennaio, 2016

poesia...nel giorno della Shoah

Per una mamma dell'olocausto

Il mio bambino...

Rondine
che te ne vai
per terre lontane
a cercar calore
fermati!
non sono un nuvolone
Ero una donna
e son polverone
passata,
con altre cento
forse mille,
per il camino
privo di scintille
Fermati!
Aiuta una mamma
a trovar
il suo bambino!
Stava al mio seno
sotto la doccia
e piangeva
nel succhiar
l'ultima goccia
Adesso è solo,
ti prego
segui il vento
e riportalo
alla sua mamma
che lo aspetta
per la ninna-nanna





Poesia...ero uno fra tanti

POESIA per la SHOAH
Ero uno fra tanti

Ero uno fra tanti
nato come gli altri
uomo tra gli uomini.
Ero tutto per i miei amori,
uno qualunque
tra la gente.
Sono stato bambino
e ancora lo ero,
guardavo al futuro
sognando col pensiero
una vita vera
pronto ad affrontar
ogni stagione
con il conforto
che
sarebbe comunque arrivata
un'altra Primavera.
Erano uomini come me,
anzi,
bestie
in divisa imponente,
mi presero
cancellarono il mio tutto
e con un numero fecero di me
il niente.
Appeso al traliccio
sta ora
al buio
il mio ultimo vestito
tra le sue strisce
la mia polvere
sul numero il mio IO



10 gennaio, 2016

Poesia...l'ultima speme affido al lume lunare

ispirata da un quadro del pittore di Sassari...ETTORE SPADA

Sulle ferite
della madre Terra
tristi foglie autunnali
sospinte
da putrido
alito
come inutili,
morte croste
sotto
gelido stillar
di lacrime di neve.
Raminghe
confuse stagioni
vagano
tra i miasmi
catarrali
vomitati sulla Terra,
cercando
l'armonico spazio
in spezzate righe
del pentagramma
ove
sonavan all'unisono
le dolci note del tempo.
Bimba mia dov'è il tuo domani?
tra quelle misere mani
lordate da vile denaro,
forgiato sulla pelle
di fratelli,
incatenati in spenti palazzi?
In plagiate menti?
Nel girotondo dei potenti?
lupi affamati di possesso,
di dominio
in virtù di vanagloria?
Del niente?
Come le foglie morte,
di polvere umana
saran le prossime croste
che
chiuderanno gli occhi
alla Terra?
e la luna?
Bimba mia!
La luna veglierà
sull'ultima speme
chè non giunga,
per sempre,
la sera!!!

Mariantonietta Sechi



22 ottobre, 2015

poesia...Piove

Piove

Triste
chiaror lunare,
imbizzarriti zoccoli
cavalcanti onde
che spumano
odio
sull'ultima spiaggia,
nasconde



Pioggia,
d'ira salata
su
purulente melma,
tomba
d'umana dignità,
il ciel piange.
A simil concerto,
dissonante,
mesta
la luna volge
lo sguardo calante.






02 ottobre, 2015

Attimi...ci risiamo

Manca un quarto alle 4 del mattino.
E' dalle 2 che cerco di cacciare l'insonnia.
Contare le pecore sparse a brucare nel prato, le ho contate mentre guadavano un fiume. oppure, mentre saltavano la fune. ...nisbe.
Alle tre ho mandato le pecore in a....al pascolo perchè mi è "spuntata" nella mente una filastrocca ...demenziale come il giochino che l'accompagna. Il gioco è per un gruppo
Prima piano ,poi sempre più velocemente si ritma
FILOMè
SON LE TRE..
SON SEDUTO ACCANTO A TE,
ACCANTO A TE
SUL SOFà
PER FAR TRIKE, TRIKE, TRA'
Il ritmo è seguito dal movimento della mano che sposta un bicchiere a chi sta al fianco. Oppure se si è in gruppo, seduti in cerchio sulla spiaggia, il bicchiere è sostituito da una ciabatta.
Il tutto termina con tanti bicchieri o ciabatte accatastati accanto al più lento o al più sclerato dal ritmo assillante.
Ora vado a cercare uno di quei libri che non si riesce mai a terminare tanto sono noiosi o colmi di "cazzate"
- lo ammetto- questo è uno dei momenti in cui mi pento di non aver mai comprato "un libro" di Bruno Vespa
Quando lo trovo esposto in libreria vorrei comprarlo, proprio come antidoto per l'insonnia, ma le dita si storcono...buona notte

01 ottobre, 2015

scusate...

Buongiorno a tutti
sento la necessità di comunicarvi, con vero dispiacere che io ricevo i vostri commenti ma, tra le opzioni non c'è pubblica, perciò non posso nemmeno rispondere.
Scusami zio Enrico.
Se qualcuno avesse trovato il mio stesso problema, cortesemente, indichi come rimediare.
Inoltre, non capisco perchè nel mio blog non appare la dicitura sui "cookie"
un abbraccio
mietta

Poesia: tenero amante


Freme ,
in atteso vortice
d'amor gioco
nell'udir
avanzar,
in lontananza,
del suo amato,
l'eco,
gioioso
e scherzoso,
Nella verde età,
degli amori
dei frutti
dei fiori
avevano vissuto
brevi,
intense emozioni.
Ora,
vestita
di passionali colori,
legata al ramo
da un debole filo,
nell'Autunno
della sua vita,
attende
che ,
il vento,
dolce amante
dei giorni suoi,
la prenda
e
in danza volteggiante
la riconduca
al calore
del materno seno,
prima
dell'arrivo
del freddo Inverno.



19 settembre, 2015

Attimi....pagine bianche

Giorni impolverati di solitudine sonnecchiano nel mio diario.
" Nero su bianco".
Solo pagine bianche scorrono tra le mie dita.
Le parole son prigioniere nella mia mente e nel cuore.
I miei pensieri stanchi dall'accavallarsi di avvenimenti sempre più "grigi", sempre più incontrollabili  lentamente, come fantasmi neonati, si nascondono nei labirintosi meandri del mio "io".
Ciò che mi accade attorno è così ...così....... che lo rifiuto.
La VIOLENZA in tutte le sue forme governa il mondo.
"Homo homini lupus"
"Ecce homo!"
" Signore dove andremo?"
mi chiedo, ma non volendo offendere le altre "scienze Religiose" propongo:
"signori dove andremo?"
Il sole sorge al mattino e tramonta alla sera.
Ma...non è quello che ho sempre conosciuto, questo è impazzito...e che dire del clima?....
le stagioni? i ritmi dei mutamenti così necessari per la vita? le regole di vita???
L'odio, il furto, il dominio, il tradimento, le guerre....e tanta altra ignobile sporcizia hanno ucciso l'amore.
Amore!!!....ma è mai esistito davvero o era una credenza popolare per dare una risposta al sacrificio quotidiano del sopravvivere?
L'ignoranza spingeva a cercare, coltivare un ' Amore fraterno ma anche Divino in condivisione di povertà, di sacrifici così pesanti da far apparire gli uomini vecchi prima del tempo.
 La ricchezza maggiore? "il pane per mangiare"......
allora, quasi a consolarsi:" povertà in comune, vogliamoci bene!"??? ,
 Mettiamo in comune le pene, scambiamo i frutti della Terra, perchè l'amore non costa niente e ogni gesto fatto per amore è consolazione per il cuore.
E...per piangere e sperare? la spalla di un Dio
Si stava meglio quando si stava peggio?
Cultura e tecnologia avrebbero dovuto indurre l'uomo a valorizzare tali conquiste cognitive avvenute in secoli di storia...?
Cultura e tecnologia , come boomerang , si sono ritorte contro l'uomo?....
Sono divenute armi di distruzione?
I saggi e gli scienziati, da qualche ventennio, avevano previsto e annunciato a tutto il mondo che saremmo arrivati all'attuale situazione se,  non avessimo cambiato sistema di vita.
"Homo sapiens"....hai scelto consapevolmente questa rovinosa frana?
Guardo fuori dal balcone.
Oggi 19 settembre....dovremmo sentire i passi dell'Autunno che avanza...il soffio leggero del fresco autunnale sulla pelle assolata....ma...fuori vi sono oltre trenta gradi....le rose sbocciano come a Maggio, così fioriscono le dalie, le margherite....e, la pianta dei limoni ha le foglie accartocciate dalla calura.
Persino la resistente edera ha la facciata superficiale delle foglie "bollite"
"Aiutatemi....Signori dove andremo?
oppure sto dentro un incubo e al risveglio scoprirò che corro troppo con la fantasia?
mietta








06 settembre, 2015

girodichiglia: [#strategy - 03] Manufacturing like ... services.




le idee di mio figlio...
girodichiglia: [#strategy - 03] Manufacturing like ... services.: Manufacturing and service operations answer different questions and formulate different strategies when it comes to planning and managing t...

20 agosto, 2015

salve.....

Weeeeee
un abbraccio per farmi perdonare delle lunghe assenze.
Io continuo a scrivere ma ,soprattutto, in vernacolo....che non avevo mai padroneggiato perchè figlia di quel tempo storico nel quale si credette che parlare in vernacolo fosse una bassezza per "cafoni"
Adesso me ne sto appropiando
Praticamente studio il "gallurese" da antichi scritti e racconti tramandati...
Amo la mia Terra e amo la sua "lingua" sintetica ma carica di forti emozioni, significati nascosti.
Per quanto rallentata la mia espressione lirica e/o prosaica, non si è mai fermata la mia poliedrica creatività.
Bigiotteria ma anche....bambole, peluche....e..borsette












a presto..
mietta

11 giugno, 2015

finalmente scrivo...il mio racconto in vernacolo con traduzioni

Lu battiu
Giuannimaria era da calchi mesi battiu.
Un manzaniri andaìa, passizendi pinsamintosu, i lu pàttiu di la so' casa. A dì la 'iritai la casa e calch' èttaru di tarrenu, chi s'allungàa sinamenti a li pedi di monti Ruju, erani di Lughia, la mudderi molta, chi l'aìa erèdittati da lu babbu.
Lughia, candu Giuannimaria la dumandesi a lu colzu Pedru, aìa vint'anni. Nò era propriu la meddu stedda pa' biddesa parò era bona patrona di casa, onesta, mai algumentu di ciarra di linghimali e poi la cosa più impultanti, era fiddola sola, unica eredi di li tarreni di Pedru. A iddu pocu impultaìa l'innammuramentu, erani alti li so' pinsamenti.
Giuannimaria disizzàa chistu còiu pa' criscì d' impultanzia all'occi di la ienti. Si 'ulia cunsidiratu signoru, riccu proprietariu, silvutu cumenti lu padroni undi aia ziraccatu da minori, sinamenti a candu, lu padronu cumparèsi lu sò silènziu cun meda dinà chi l'erani silviti pa' allalgassi da lu logu di lu misfattu chi, pal casu o pà fultuna, l'aìa 'istu tistimognu.
I lu paesi, da un di s' era dispiditu, era cunnotu cumenti imbriagoni e briatori. Avali cu li dinà di “lu silenziu” aìa mutatu la 'ita cumparendi un mucalori di tarra e la casedda cunfinanti cu' Pedru.
Smintichèsi buttighini, imbriagheli e brei, trabaddendi meda. A la primma incugna piddesi un ziraccu pà aggiutallu, in paga d'un mossu di pani. A pocu a pocu era rializendi lu sonniu d'esse padronu.
Pedru aìa cuasi pruppostu la fiddola a Giuannimaria. Lu stimàa meda palchì trabaddàa chen'orariu e pristàa meda attinzioni a curà l'intaressu. No era imbriagoni, non ippindia in buttighinu, era siguru di pudell'affidà li tarreni e infattu, la cosa più impultanti, la so' fiddola.
Infattu a la molti di la mamma, essendi Lughia pultendi li dez'anni, cu' l'aggiutu d'una ziracca, attindia a d'ungia bisongiu di casa, cumenti una femmina manna.
Pedru, molta la muddeli, s'era didicatu a smannà bè la fiddola cummenti prummissa fatta. Attentu a d'ungia sò disizzu li cumparàa tuttu lu chi 'ulia francu chi pilmittilli d'iscì da chissa giagga chi ciudia lu murettu di lu ialdinu e lu patiu inghiriati a la casa.
La stedda non cunniscendi mundu no aìa pritesi manni.
L'ingiuranzia rindìa un Paradisu chissa prisgioni dorata undi smannàa commu bonfiddola
Criscendi Lughia s'avvidìa ch'era cambiendi. Da steddita s'era trasfulmendi in femmina. Figgiulendisi nuda a lu spicciu ambaràa tulbata da pinsamenti e disizi chi non l'arriscìa a cumprindì.
D'una cosa era sigura: la 'algogna di dumandà spiegazioni a lu babbu o a la ziracca
Pedru, s'avvidesi chi la stedda era mutendi. Non sabèndi cumenti affruntà la dilicatesa di lu mamentu, l'affianchèsi una femmina di lu paesi.
Agnura era battia, chena fiddoli, seria, digna di sta accultu a Lughia e infulmalla, cuntrastendi di chiss'argumenti dilicati, cumenti aarìa fattu una mamma.
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Agnura sighìa la stedda e cun amori l'imparesi a guvilnà la casa da padrona. Ascultàa li so' problemi in cuntrastu cumenti mamma e fiddola.
Cu' lu tempu Agnura piddesi padrunanza di la casa, palchì da la balla di lu fenu i la stadda, s'era trasfiruta i lu lettu di Pedru, furendili l'àminu e li pinsamenti chi l'ommu cridìa di non pudè dà più a nisciunu
Idda sustinèsi lu pinsamentu di Pedru pa' lu coiu di Lughia cu' Giuannimaria. Cunniscendi l'unu e l'alta li idìa bè insembi.
Candu, mandata da Pedru, infulmèsi la stedda chi lu babbu l'aìa prummissa a Giuannimaria, Lughia trattenìsi lu cori chi li baddàa i lu pettu e abbassèndi lu capu a lu 'uleri di lu babbu, accussintèsi.
L'ommu l'era di med'aggradu.
Lughia non aìa mai incuntratu a faettu lu prummissu, si no ch' i li sogni
Calche 'olta lu 'idesi d'allongu. Ciarràa cù lu babbu candu s'attuppàani i la carreredda di trèmini tra lu pussedimentu di Pedru e lu muccalori di tarra di Giuannimaria.
Giuannimaria l'ispiràa disizi mai cunnotti, chi l'azzindiani lu cori e la cara.
Candu lu 'idia a la sola e più accultu , si cuàa addaretu lu muru a siccu di lu trèmini e ciusi l'occi immaginàa l'ommu chi l'attuppàa, ficcutu inn'ant'a un cabaddu biancu e, commu i li foli chi li cuntàa la mamma, la pisàa da tarra e cù' dilicatesa, la pusàa innant'a lu cabaddu e andendi cu' li briddi a 'entu l'allungàa da chissa prisgioni ch'era la casa e la so 'ita cù lu babbu e Agnura.
Iddu, scunniscendi non solu li sogni ma puru la stedda, l'aìa 'ista ma no' nutata, cu' lu pastranu innant'a li spaddi chi pultàa da Ginnaggiu a Pasca di Natali e più, li mani i li busciàccari di la casacchina, lu zigarru in buca, passizzàa dendi oldini a Rimundu, lu poaru maniali.
Giuannimaria pinsamintàa chi dà oldini a lu ziraccu cu lu pastranu innant'a li spaddi li daìa la frigura di padronu da rispittà.
Pà' la stedda, chi lu figgiulàa a cua e incantata, era un prìnzipi e lu pastranu mancari raddosu, era lu mantedduu rigali.
Lu sposu fu appustatu i la cappella di Santu Giuanni,fora di la casa di Pedru, tantu l'invitati erani solu li ziracchi pa' no imbarazzà lu sposu chi era chena parenti. Pa' la coppia aia fattu appruntà, i la so' casa, dui cammari diffarenti siparati da una stanza cu lu salottu.
Pedru pritesi pà cuntrattu chi la coppia aussia stata cù iddu, sia pà tinì d'occi lu giennaru chi intràìa in pussessu di la so' tarra, sia pà cuntrullà lu cumpultamentu di Giommaria cù la fiddola.
L'ommu tinia cussì meda all'onori innuzenti di la fiddola chi argumintendi cun Giuannimaria li dumandesi di cumpultassi cu' la mudderi cumenti 'ulia la gescia: “ammenta! solu pa' ginirà un fiddolu poi intrà i la cammara di Lughia, pà l'alti disizi toi vi n'ha femmini!!”
A Giuannimaria non l'iscì un tunciu.


2
L'impusizioni di Pedru l'andèsi propriu bè. Pal nienti innammuratu di Lughia, era libaru e riccu.
Agnura piddesi l'ingarrigu di priparà la stedda secundu lu 'uleri di Pedru.
Pusata innant'a lu lettu cù la stedda a occi: “fiddola cara” incuminzesi a dì, piddendili li mani fritti i li soi.
Cunniscendi l'innucenti ingiuranzia di Lughia non sapìa da cali palti incuminzà. S'ammintesi chi una 'olta aiani 'istu dui asini in pultera. A la dumanda di la stedda incuriusita, 'algugnosa aia rispostu cun d'un siccu ” non figgiulà, so' animali!!!” Cun chistu ammentu a cabi bassu piddèsi lu cuntrastu: “fiddola mea t'aggiu d'istruì pa' stasera. Candu Giuannimaria, oramai tò maritu, s'aarà a prisintà i la cammara toa... t'ammenti la 'olta chi videsimi chissi dui asini?...” a pocu a pocu la femmina sempri più impacciata, arriesi a la fini....” la me fiddola, non t'hai di prioccupà, l'ommini so' commu l'animali!!... tu ciudi l'occi, stringi li denti, non ti bruligà...cussì iddu cumpri lestru e si ni torra a la so' cammara. Sta sirena, appena esci iddu ti saraggiu accultu cummenti una mamma. Tu sei fultunadda chi hai un babbu chi ti ho bè. Ha fattu li 'ostri cammari siparati palchì tu possia acciappà alleviu candu tò maritu non v'è. Parò hai di sabè chi non v'ha altu modu pa' aè fiddoli. Deu ha fattu la femmina solu pa' suffrì!”
Cumpriddu la cunsegna ingrata, figgiulendi la cara trista di la stedda li piddesi la gana di zicchirrià la 'iritai e cunfissà cantu Pedru fussia eguista, disizàa un nipoti impidendi a la fiddola l'amori 'ulutu e binidittu da Deu mattessi.
Li sogni di Lughia, li sintimenti, l'emozioni si spingiani commu fogu da furria di ielu.
Giuannimaria adimpìa a lu doveri di maritu chena passioni, idda lu subia pinsendi chi l'amori era solu i li foli.
La 'ita di Lughia continuèsi piatta mancali l'aggiunta di dui nubitai.
Li crampi a lu stogamu candu lu maritu intràa i lu sò lettu , pa' fultuna raramenti e puru l'alta era a faori dill'ommu.
Ungia duminica, beddu 'istutu, accumpangiàa la mudderi a Missa.
Intràa in gesgia cù Lughia a lu brazzu e si punia a lu primma bancu, cussì li femmini gisciurani 'idendili aarianii pinsatu ch'era un 'eru signori.
Pedru era moltu da pogu, candu Lughia, una manzana i lu pisassinni da lu lettu, presa da un mancamentu, falesi a tarra .
Agnura currì a lu zoccu. La cussenzia non l'aia più datu pazi. Giraa pa' la casa silinziosa commu umbra di la tristura di Lughia, tant'era schicciata da lu rimursu daè ascultatu Pedru.
'Ista la stedda in tarra li s'abbundesi una pienta commu piena di riu. A li so' gridi Giuannimaria arrièsi spramatu. piddèsi in brazzu Lughia uldinendi ad Agnura di ciammà lu duttori.
L'ommu non si n'era mai avvistu ma, la mudderi era un sacchettu d'ossi.
“Nienti di mali, Lughia è graida....raccumandu riposu e....cumplimenti a lu babbu!” disi lu duttori lassendi la casa.
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Giuannimaria ambaresi solu cu' la mudderi.
Lughia tinìa l'occi sarrati.
L'ommu silinziosu figgiulà la cara trista di la so' femmina “cunnoscu bè li sulchi di li campi, diritti, pieni di ita, no l'aìa mai 'isti i la to' cara, intulticati, accabbaddati chè undi marini in timpesta!”
Pinsamintesi l'ommu istantu chi s'accultiàa a lu lettu di la mudderi.
Presa una manu la stringìsi i la soa calda e folti. Vi si paldìa indrentu, cussì minoredda, debuli e fritta.
A lu cuntattu lu cori di Lughia piddesi a battì folti e lu sangu scurrendi i li 'eni pultàa un calori un tempu, solu immaginatu.
Chissa manzana, Giuannimaria, passizàa pinsamintosu i lu patiu di la so' casa. A dì la 'iritai, la casa l'aìa ereditata...
Aìa casa, ziracchi,tarrenu ma...ungia manzana zilcàa cu la menti lu calori, l'amori di la strinta di manu chi Lughia li dunesi andendi incontru a la fiddoledda appena nata ma già agnulu di Deu.




Il vedovo.
Giuannimaria era vedovo da qualche mese.
Una mattina passeggiava pensieroso sullo spazio davanti alla sua casa. Ad esser sinceri la casa e qualche ettaro di terreno che si estendeva fino ai piedi di monte Ruju, erano di Lughia, la moglie morta, che aveva ereditato dal padre Pietro..Lughia, quando Giuannimaria la chiese in sposa a Pedru, aveva vent'anni. Non era proprio una bella ragazza però era una brava padrona di casa, onesta, le malelingue del paese non ebbero mai a dire niente di lei, ma la cosa più importante era il suo esser figlia unica e unica erede dei terreni di Pedru. A lui importava poco esserne innamorato, erano altri i suoi desideri. Giuannimaria desiderava sposare la donna per migliorare, agli occhi della gente, la sua posizione sociale. Voleva esser considerato un signore, ricco e possidente servito, come il padrone che serviva da piccolo e vi rimase fino a quando il padrone comprò il suo silenzio con tanti soldi che usò per allontanarsi dal luogo e dal brutto episodio di cui, per caso o per fortuna, era stato testimone. Nel paese che aveva abbandonato era conosciuto come ubriacone e litigioso, ora con il denaro del “silenzio”aveva deciso di cambiare vita comprando un pezzo modesto di terreno confinante con Pedru. Lasciò perdere le sbornie e le zuffe nelle bettole dedicando tutto il tempo a coltivare il suo terreno. Al primo raccolto prese con sé un servo che lavorasse per lui per un pezzo di pane. Pian,pianino vedeva realizzarsi il sogno di essere un “padrone”.
Pedru aveva quasi stimolato Giuannimaria perchè sposasse la figlia. Aveva stima del giovane come gran lavoratore senza limiti d'orario, attento al profitto della sua terra. Non era ubriacone e non spendeva il denaro nelle bettole, l'uomo era sicuro di poter affidare al giovane i suoi terreni e poi anche la figlia.
Dopo la morte della madre, Lughia che aveva compiuto i dieci anni, con l'aiuto di una serva, curava la casa occupandosi di ogni incombenza come se fosse un'adulta. Pietro, morta la moglie, si era dedicato alla figlia, come aveva promesso. Attento ad ogni suo desiderio o richiesta le concedeva tutto tranne il permesso di oltrepassare il cancello di legno che chiudeva il muretto del giardino e dell'entrata che circoscrivevano la casa. La giovane, non conoscendo la vita oltre quel cancello, non poteva avere grandi richieste. L'ignoranza faceva sì che la ragazza vedesse come un Paradiso la prigione dorata dove cresceva come una brava figliola. Nel crescere Lughia, prese coscienza di come il suo corpo da bambina si trasformava in quello di donna. Osservandosi nuda, davanti allo specchio, era turbata da pensieri e desideri ai quali non riusciva a dare un senso. Aveva solo una certezza: “la vergogna che provava al pensiero di parlarne con il padre o con la cameriera”. Anche Pedru si accorse che la bambina si stava trasformando. Non sapendo come affrontare questo delicato momento, mise accanto alla figlia una donna che aveva cercato in paese. Agnura era vedova, senza figli, seria, degna di stare vicino a Lughia per cogliere l'occasione e informare rispondendo adeguatamente alle sue domande, come farebbe una madre con una figlia. Agnura seguiva con amore materno la ragazza mentre le insegnava a gestire la casa come una signora, comunicavano tra loro, proprio, come una mamma con la figlia. Con il tempo Agnura prese le redini della casa perchè dalla balla di fieno della stalla si era trasferita nel letto di Pedru impadronendosi della sua anima e dei pensieri che l'uomo pensava di non dover donare più a nessuno. La donna fu favorevole quando Pedru le parlò di un eventuale matrimonio tra Giuannimaria e Lughia, conoscendo l'una e l'altro li vedeva bene insieme.
Su richiesta di Pedru, si recò da Lughia per informarla che suo padre l'aveva promessa a Giuannimaria, Lughia trattenne a stento il suo cuore impazzito e abbassando la testa in segno di obbedienza al volere di suo padre, acconsentì. Il fidanzato era molto gradito alla giovane. Lughia non aveva mai scambiato parola con il promesso sposo....solo nei suoi sogni. A volte lo vedeva in lontananza. Chiacchierava con suo padre quando s'incontravano nella stradina di confine tra i terreni di Pietro e il fazzoletto di terra di Giuannimaria.
Giuannimaria faceva nascere in lei desideri mai conosciuti che le accendevano il cuore ed il viso.
Quando le capitava di vederlo da sola e più da vicino , si nascondeva dietro al muro a secco del confine e chiusi gli occhi, immaginava che l'uomo le andava incontro seduto sopra un cavallo bianco, come nelle favole che le raccontava sua mamma, la sollevava da terra e con delicatezza la sedeva sul cavallo e si allontanavano, a briglie al vento, lontano da quella prigione che era la sua casa e la sua vita con il padre e Agnura.
Egli, ignorava non solo i sogni ma persino la ragazza, mentre con il pastrano sulle spalle, che indossava da Gennaio a Natale ed oltre, le mani nelle tasche della giacca, il sigaro in bocca, passeggiava dando ordini a Rimundu, il suo modesto servo. Era convinzione di Giuannimaria che dare ordini alla servitù con il pastrano sulle spalle fosse la vera immagine di un padrone da rispettare.
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Per la ragazza, che lo guardava incantata, era un principe e il pastrano, anche se lurido, era il mantello regale. Si decise di celebrare la cerimonia del matrimonio nella cappella di San Giovanni, fuori la casa di Pedru, perchè furono invitati solo i servi, onde evitare disagio allo sposo che non aveva parenti. Pedru per gli sposi aveva fatto preparare due camere differenti, separate da una stanza con salotto, nella sua stessa abitazione. L'uomo pretese che la coppia abitasse con lui, sia per tenere sotto controllo il genero che avrebbe posseduto i suoi terreni , sia per badare al comportamento di Giuannimaria con sua figlia. L'uomo ci teneva a che la figlia conservasse quell'innocenza che le dava onorabilità, per cui parlando con Giuannimaria gli chiese di tenere con la moglie un “rapporto” come previsto dalla chiesa “ ricorda” disse “ solo per procreare un figlio potrai entrare nella camera di Lughia, per gli altri tuoi desideri ci sono altre donne!!” Giuannimaria non emise una parola. L'imposizione di Pedru gli andava bene, non essendo innamorato di Lughia si sentì proprietario ricco e libero. Agnura assunse l'incarico di preparare Lughia secondo richiesta di Pedru. Seduta sul letto,di fronte alla ragazza “ figlia cara” esordì, prendendole le mani fredde tra le sue. Conoscendo l'innocente ignoranza di Lughia non sapeva da dove cominciare. Si ricordò che una volta avevano visto due asini accoppiarsi. A la domanda della ragazza incuriosita dalla strana postura, vergognandosi, aveva risposto con un secco “ non guardare, sono animali!” Aiutandosi con questo ricordo, chinata la testa parlò “ Figlia mia, devo darti delle informazioni per questa sera, quando Giuannimaria, ormai tuo marito, verrà nella tua camera...ricordi quella volta che vedemmo quei due asini?...” poco per volta la donna, sempre più a disagio, disse tutto ciò che aveva da dire. “ figliola mia, non stare preoccupata, gli uomini sono come gli animali!!...tu chiudi gli occhi, stringi i denti e non fare niente...così lui terminerà subito e se ne ritornerà nella sua camera. Tranquilla, appena uscirà lui ti starò vicina come una mamma!...Tu sei fortunata che hai un padre che ti vuole bene. Ha fatto preparare le vostre camere separate perchè tu possa trovare sollievo quando tuo marito non verrà a trovarti. Devi sapere, però, che non vi è altro modo per avere un figlio. Dio ha fatto la donna solo per soffrire.!”
Terminata l'ingrata consegna, osservando il volto triste della ragazza le venne il desiderio di urlarle la verità e confessarle quanto Pedru fosse egoista, desiderava nipoti negando alla figlia l'amore che Dio stesso aveva voluto e consacrato con il matrimonio. I sogni di Lughia, i sentimenti, le emozioni si spensero come fuoco in bufera di gelo. Giuannimaria adempiva al dovere di marito senza passione, lei lo subiva pensando che l'amore fosse solo una favola. La vita di Lughia proseguiva piatta, nonostante si aggiunsero due novità: I crampi allo stomaco quando il marito entrava nel suo letto, per fortuna raramente ma, anche l'altra era a favore dell'uomo. Ogni domenica, ben vestito, accompagnava la moglie alla S. Messa. Entrava in chiesa con Lughia al suo braccio, si metteva al primo banco , così le pie donne vedendoli passare avrebbero detto che lui era un vero signore.
Pedru era morto da poco tempo, quando, Lughia, una mattina nell'alzarsi dal letto, presa da un capogiro, cadde per terra. Agnura al rumore arrivò subito. La coscienza non le dava pace. Vagava per la casa silenziosa come ombra della tristezza di Lughia, tanto era grande il rimorso per aver eseguito gli ordini di Pedru.
Vista la giovane per terra, fu colta da un pianto come un fiume in piena. Alle sue grida Giuannimaria arrivò spaventatissimo, raccolse tra le sue braccia Lughia e ordinò a Agnura di chiamare il dottore. L'uomo non si era mai accorto che la moglie fosse un sacchetto d'ossa.
“ niente di male, Lughia è incinta...raccomando riposo e...complimenti al padre!” disse il dottore apprestandosi ad uscire. Giuannimaria rimase solo con la moglie. Lughia teneva gli occhi chiusi. L'uomo in silenzio osservava il volto triste della moglie. “ Conosco bene i solchi dei campi, dritti e pieni di vita ma non avevo mai notato i solchi del tuo volto, storti e accavallati come onde marine in tempesta!” Pensava l'uomo avvicinandosi al letto della moglie. Presa una mano la strinse nella sua calda e forte, quella della donna vi si perdeva dentro, così piccola, debole e fredda. A quel contatto, il cuore di Lughia cominciò a battere forte, il sangue riprese a scorrere a ritmo costante nelle vene trasportando un calore un tempo, solo immaginato.
Quella mattina, Giuannimaria, passeggiava pensieroso sullo spazio davanti alla sua casa. Ad esser sinceri la casa e qualche ettaro di terreno che si estendeva fino ai piedi di monte Ruju, erano di Lughia, la moglie morta, che ….
Aveva la casa, servi, terreni ma...ogni mattina cercava con la mente il calore, l'amore della stretta di mano che Lughia gli aveva donato mentre andava incontro alla figlioletta appena nata ma...già angelo del Signore.




04 giugno, 2015

Attimi....sensi di colpa

Salve
Sto trascurando il mio blog.
Mi sono chiesta il perchè.
Questo blog è nato in un periodo particolarmente infelice della mia vita.
Dovevo superare una brutta depressione per malattia.
Di colpo, per un incidente, la mia vita è cambiata.
Chiusa in me stessa davo sfogo al mio "disordine" mentale. Caduti i progetti, i sogni sul futuro ,dovevo creare un'altra me stessa, con la coscienza che non sarebbe stato più tutto come prima: i limiti dettati dall'incidente.
Sono trascorsi 7 anni.
Ce l'ho fatta.
Scrivo...ma la mia creatività, come fiume che si dirama in rivoli tra le rocce, ha tracimato in varie forme creative.
Mi curo esteticamente: input straordinario per sentirsi in forma
Scrivo e partecipo a concorsi
La mia biografia nel sito "liugi ladu" dove sono riconosciuta "scrittrice sarda"
Maria Antonietta Sechi insegnante di scuola primaria in pensione è nata a Portotorres da genitori di origine sassarese.
Sposata, vive a SANTA MARIA COGHINAS dal 1972 .
Si diletta a scrivere con passione poesie in italiano e in vernacolo. Compone abilmente anche racconti in italiano.
A Pasqua 2013 è uscita la sua prima pubblicazione "WAI, WAI" edizioni "il ciliegio".
Il 22 Maggio del 2014 nell'Aula Magna dell'Università di Sassari 
ha ricevuto una Menzione d'onore con la poesia “Armonioso intreccio”
è il secondo premio prosa con il racconto “Tay“ 
durante la cerimonia premiazione del “Concorso prosa e poesia Mariuccia Ruju Dessì FIDAPA Italy” .
Nel mese di Settembre del 2014 riceve il primo premio in
“Cuncursu de Poesia in limba Sarda” indetto dall'Auser di Budoni dedicadu a:
“sas popolaziones colpias dae s'alluvione de su 2013”,
sezione a verso senza rima, con la poesia “Cleopatra in Gaddhura”.

Nel mese di Maggio del 2015 riceve il primo premio del Concorso di poesia e prosa in lingua sarda “Rosilde Bertolotti” indetto dalla F.I.D.A.P.A. Di Sassari con il suo primo racconto in Gaddhuresu-Cuzinesu “ Lu banzicu di mamma”


Curo il mio laboratorio di arte povera




E poi viaggio....il pensionamento non è la fine ma l'inizio di una nuova vita....neanche il Parkinson mi ferma

un abbraccio
a presto
Mietta

07 maggio, 2015

Attimi...buongiorno o buonanotte?

Attimi


buongiorno
sono le 4,30.
Tic,tic,tic....concertino notturno di sveglie e svegliette mute di giorno. Tutto tace, anche l'insonnia non ha parole.
Io non oso stuzzicarla con qualche "accidenti" meritato, potrebbe irritarsi e rimanere vigile, attenta guardiana del mio sonno prigioniero tra le sue grinfie.
Ohhhh, la conosco!. E' dispettosa!!
Ignorarla è l'arma migliore.
Potrebbe abbandonarsi ad una mortale noia è allentare la presa. Non parlo, non muovo un arto, tranne un dito leggerissimo sulla tastiera che lentamente segue il ritmo dei tic, tac.
Ssssss, gli uccellini dormono, le lucertoline, persino i pipistrelli, dopo le notturne scorribande, riposano a testa in giù nelle grotte. Anche la strada, illuminata da taciti lampioni, gode del suo breve riposo notturno.
Nessun mezzo la percorre, non passano nè un cane,nè un gatto.
Mi sento un marziano-mummia. Acc....ho mosso una gamba....un normale scricchiolio di ossa di giorno,rimbomba nel silenzio come sterpi secchi spezzati per accendere il fuoco del camino.
Mi sento osservata.
Il sonno mi strizza un occhio, l'insonnia ha smesso di contare le pecore...buona notte!!!