28 maggio, 2016

Racconto: Premio prosa Concorso

Prosa: “ Locum tuum usque in sempiternum!?!”

Anna aprì faticosamente gli occhi.
La luce l'accecò.
Riabbassò le palpebre.
“Che strano risveglio!?!” Si preoccupò. Da quando era rimasta sola ogni situazione che non rientrava nelle sue abitudini la mandava in crisi.
Era intorpidita, la testa compressa nella morsa di un'insopportabile, inusuale emicrania.
- “Che mi succede?” -
Le parole ritornarono indietro come l'eco di sassi rotolanti nell'abisso di una grotta profonda: “che..eee...mi.iiii..su..cce.deeeee!”
“boing,boing, boing!!” rimbalzarono, martellandole la testa con ulteriori fitte.
-“ Oddio, come sto male!!”- pensò, sentendo l'ansia arrivare con le sue oscure gramaglie.
“Perchè sto così male? non bevo, non fumo, mangio dietetico, vado a letto presto!”
Altre volte avrebbe riso di quella sua vita monastica, ma non ora.
Frugò, nell' intorpidita mente, in cerca di una motivazione valida che giustificasse il suo malessere. Niente, nella mente il vuoto.
Nonostante i sensi annebbiati, percepì un odore acre penetrare le narici. Non le apparteneva.
“Oddio, non sono a casa mia!” realizzò, urlando
“Che mi succede?.. “ gridò a gran voce procurandosi nuove, doloranti stilettate alla testa.
“Dove sono?” proseguì. Nel silenzio del vuoto, mentre annaspava in cerca di un' appiglio, crampi s'impadronirono dello stomaco.
Provò a sollevare le mani.
Non riuscì a muoverle, erano fredde, rigide. Formavano un blocco unico con dei tubi di metallo a cui erano aggrappate. Tutto il corpo percepiva i tubi. -“Sicuramente sono le sponde dello stretto giaciglio dove mi trovo” - Concluse animando di paurosi presagi, i mille dubbi che giostravano nella mente già provata.
-“Oddiooooooooooooo! non sono a casa mia, non sono nel mio letto!...dove sonooo?”- esplose.
Pianse senza controllo, accavallando singhiozzi ad urla.
Sfinita si arrese.
-“Non serve a niente”- Pensò incoraggiandosi.
-“ calmati!.. si,si.. calmati Anna!” - disse a se stessa. -“ Si,si! se starò calma farò mente e sicuramente troverò le risposte ai miei perchè!”- Qualche attimo e.. - “ un incubo!..ecco sto dentro un incubo...tra un po' il letto oscillerà ed io cadrò urlando nel vuoto!...si,si...è così e non sarebbe la prima volta!..devo svegliarmi!” - decise.
Provò a sollevare una gamba, era rigida, pesante come granito e così l'altra. - “Bastaaaaaa, qualcuno mi svegliiiiii!”-
L'urlo le si strozzò in gola
Il giaciglio cominciò ad ondeggiare come barca colta di sorpresa dal maestrale. Le orecchie pulsarono sotto un vortice di venti impazziti.
Anna, per non cadere, si aggrappò maggiormente alle sponde...
-“Che mi succede, dove sono? Come son finita dentro questa bufera?”- gridò istericamente.
-“chi mi ha portata in questo inferno? c'è qualcuno con me? mi avete sequestrata? drogata? dove mi state portando?”- Strillò, tra rinnovati singhiozzi.
-“ Per pietà, sono un'impiegata, non possiedo nulla, avete sbagliato persona...!”- sfiatò tutte le possibili ipotesi suggerite dalle conoscenze apprese dai suoi amati telefim polizieschi.
Non ricevette risposta.
Era sicura di non esser sola, di trovarsi sopra un mezzo di trasporto. Dal beccheggio del mezzo, suppose essere una barca.
L'avvinse un pianto isterico dove alternava suppliche pietose a maledizioni per i presunti sequestratori
Le immagini dei suoi cari genitori morti sfumavano nella mente stanca, dolorante.
Udì il suono di una sirena. Il cuore prese la rincorsa della speranza
-“dall'ufficio avranno denunciato la mia scomparsa, i servizi d'ordine mi staranno cercando, mi salveranno!”- Pensò la donna. Il battito cardiaco martellava le tempie, l'ansia contraeva lo stomaco
L'assalì un dubbio: “che giorno sarà? Signor aiutami, fa che sia un giorno lavorativo.”
Urlò la donna nella speranza che qualcuno la udisse oppure che i suoi sequestratori la scaricassero perchè gli aveva rotto i timpani e altro.
Qualcosa o qualcuno si mosse accanto a lei. -“Aiuto!!!! sono qui, salvatemi!!!”- sfiatò. Un eco disarmonico di parole, come fuoriuscite da un megafono, le martellò impietoso i timpani già doloranti -“stia zitta! Stia zittaaaaaaa...non se ne può più!!”-
-“vorrei vedere te al posto mio! Maledettooo!!! Chi sei? Cosa vuoi da me? Perchè mi tieni prigioniera!...liberami, non sono ricca, ti pregooo” - invocò la donna passando dal tono prepotente a quello pietoso.
Per tutta risposta il megafono gracchiò - “ La smetta di rompere i timpani!”- Due forti mani, intanto, assicuravano le caviglie e i polsi della donna alle sponde del giaciglio.
-“nooooooooooooo!” - urlò, consumando tutta la riserva del suo fiato.- “ Liberatemi, soffro di claustrofobia...vi prego starò buona, non urlerò più!”-
-“Cosa volete da me? Perchè sono prigioniera? - Piagnucolò soffocata da conati di vomito.
Si addormentò per la stanchezza.
Quando si svegliò il mal di testa, seppur attenuato, era lì a ricordarle l'incubo. Era sempre ancorata allo stretto giaciglio ma non udiva né motori né rollii. L'ambiente era ovattato, silenzioso, troppo silenzioso. Il medesimo odore ma più acre. Il naso infastidito, le prudette.
Sollevò la mano per alleggerire il fastidio...era libera. Distratta dal prurito non udì i passi felpati che le si avvicinarono. Qualcuno le tolse di dosso i jeans tirandoli a strattoni dalla caviglie.
Avrebbe voluto ribellarsi, difendersi, urlare, scalciare ma...era troppo stanca, confusa, impedita, come se le fosse passato addosso uno schiacciasassi.
Per la debolezza e la paura, svenne.
Quando ritornò in sè, realizzò di avere addosso una camicia abbondante che la copriva solo davanti mentre, la parte posteriore poggiava nuda sopra un fresco lenzuolo.
Fattasi coraggio, Anna aprì gli occhi.
In una nuvola di nebbia due fantasmi bianchi roteavano nella stanza confondendosi l'uno nell'altro. Un raggio di luce evidenziava alcuni quadri di un nero lucido dove teschi umani ridevano guardandola da enormi cavità orbitali.
-“ o sono morta in attesa che mi chiamino dall'ufficio “locum tuum usque in sempiternum ” o sono al manicomio.. impazzita!”- Pensò rassegnata la donna.
Chiuse gli occhi per ascoltare l'altra metà di se stessa, quella più spiritosa , che stuzzicandola le rammentò che i manicomi erano chiusi, mentre, l'ufficio “destinazioni per l'eternità - Rettore San Pietro” era aperto. In altra occasione avrebbe riso, adesso non le sembrò il caso.
Si addormentò.
Al risveglio la nebbia era svanita, tutto aveva smesso di roteare, anche i fantasma si erano fermati, le stavano di fronte voltandole le spalle..e non erano fantasmi. Due uomini in camice bianco, dirigevano verso una fonte di luce delle lastre craniche
La donna concentrò l'attenzione sulle parole dei due.
-“bla, bla, bla trauma cranico bla, bla, ischemia, bla,bla macchia bianca più evanescente delle lastre precedenti...bene, bene-”
-“ professore pensa che possiamo mandare la signora in corsia?”-
-“uhummm, rivediamo il tutto! A che ore è arrivata l'ambulanza con la signora?”-
-“ alla undici e trenta, un'ora dopo il malore... ah professore la signora, durante il tragitto ha avuto un violento attacco di panico!” -
Lente lacrime scesero sulle gote di Anna.



27 maggio, 2016

Assente giustificata...

Biografia ufficiale
Autori sardi / sito Luigi Ladu

Maria Antonietta Sechi insegnante di scuola primaria in pensione è nata a Portotorres da genitori di origine sassarese.
Sposata, vive a SANTA MARIA COGHINAS da oltre quarant'anni.
Si diletta a scrivere con passione poesie in italiano e in vernacolo ( gallurese-coghinese, portotorrese). Compone abilmente anche racconti in italiano.
Teneri Haiku e satirici Limerick che pubblica nel suo Blog
A Pasqua 2013 è uscita la sua prima pubblicazione
"WAI,WAI" un racconto per adolescenti
edizioni "il ciliegio “.
Premi e menzioni
2014
Concorso prosa e poesia
Mariuccia Ruju Dessì FIDAPA Italy”
-Menzione d'onore con la poesia “Armonioso intreccio”
-Secondo premio prosa con il racconto “ Tay “
Anno 2015
Concorso in “limba sarda” indetto dall'Associazione AUSER di Budoni
-Primo premio con la poesia in gallurese-coghinese “Cleopatra in Gaddhura”
Concorso Rosilde Bertolotti” in lingua sarda indetto dall'associazione FIDAPA Sassari
-Primo premio con il racconto in gallurese-coghinese “lu banzigu di mamma”
Anno 2016
Concorso “contos e paristorias” indetto dall' associazione culturale di Suni
Menzione d'onore con il racconto in gallurese-coghinese
lu battiu”
Concorso prosa e poesia “Mariuccia Ruju Dessì “ FIDAPA Sassari
-Terzo premio prosa con il racconto “ “ Locum tuum usque in sempiternum”
- Segnalazione con la poesia " l'ultima speme affido al lume lunare"


07 maggio, 2016

Racconto Tutti al mare

Tutti al mare

E' un freddo pomeriggio.
Tea al riparo d' una roccia, erta in mezzo la macchia mediterranea che precede la spiaggia, osserva la natura accarezzata dal grecale. E' Autunno.
Autunno inoltrato fuori e dentro lei.
La Primavera e l’estate sono volate velocemente come l’infanzia e l’adolescenza.
Ha davanti a se il mare. I gomiti poggiati sulle ginocchia, il mento sulla mano osserva le onde giocare con le rocce, nascondersi negli anfratti, rubare la sabbia alla battigia. Lo sguardo subisce il suo fascino. Lo ha amato da sempre, a lui continua ad affidare i suoi pensieri, in lui si perde e si ritrova, fin da bambina. La mente si rilassa rivivendo il mare nei ricordi dolci e colorati dell'età più tenera della vita.
Come petali di rose dimenticate dentro un libro appaiono fragili immagini profumate d'infanzia. Si rivede bambina con i genitori, la sorella i tre fratelli, zia Pina, vedova del fratello della mamma, e i loro tre figli. Tea, i fratelli, la sorella, i cugini avevano vissuto il tempo libero, di quella prima parte della loro vita, insieme.
Durante le vacanze per le feste di Natale, Pasqua ma soprattutto in Estate erano un'unica famiglia.
Le scuole chiuse, giorni e mesi di vacanze da vivere con quella che Tea considerava, ancora adesso che è mamma e nonna, la sua famiglia base.
Il giorno più atteso della settimana era la domenica, chiusa l'officina, il babbo portava tutti al mare.
La domenica iniziava dal sabato con l’arrivo della zia Pina e dei suoi tre figli.
La mamma e la zia, tutto il sabato davanti ai fornelli a preparare il pranzo e la merenda per la giornata al mare.
Pietanze così numerose e abbondanti che evidenziavano i ricordi della fame vissuta nel periodo della guerra. Tea, ad occhi chiusi, sente quei deliziosi profumi e aromi delle innumerevoli pietanze. Polpette fritte e poi affogate nel ragù per condire gli gnocchi, piatto forte per i ragazzi. Seguivano melanzane impanate, ripiene di mortadella, rimpanate e rifritte, le rimanenti erano sistemate tra strati di sugo e formaggio nella teglia che, infilata nel forno, le amalgamava trasformandole in succulenta parmigiana. Zucchine fritte, ripiene, porcetto arrosto e qualche chilo di fettine impanate per la merenda dei “lupi” affamati. Era normale preparare la lepre in agrodolce, l’insalata di polpi con le patate marinati con aglio, prezzemolo, peperoncino, olio e aceto, insalata d'aragosta, frutta e verdura...
Tea e sua sorella aiutavano in cucina.
Si sentivano prigioniere e infelici nel “bruciare” le ore del sabato aiutando la mamma e la zia senza un attimo libero per preparare “l'occorrente” per giocare al mare. Cosa, invece, concessa ai maschi.
Tra cugini e fratelli erano sei, tutti impegnati nel preparare “gli attrezzi” per vivere l’avventura al mare, ma soprattutto, il dopo pranzo quando, le madri imponevano la regola “niente bagno prima delle quattro ore!”
Terminato il pranzo era concesso loro “ giocare nei dintorni” tranne entrare nel mare e nel fiume
I maschi, più numerosi ma anche più grandi, decidevano loro come trascorrere le ore della digestione, vi era un’unica certezza “ niente femmine!”
Per seminarle sceglievano i sentieri più impervi, i più sassosi…..raccontavano di lucertoloni, Tea paurosa, sarebbe anche ritornata indietro ma sua sorella, “ maschiaccio “ per natura, li seguiva con prepotenza, Tea per non sentirsi inferiore, le stava dietro. Era, sempre quella che titubante chiudeva, la fila.
S'immettevano in una radura con cespugli di macchia mediterranea e ruderi di capanne di pastori abbandonate. Tea ricordava “ i maschietti” trasformarsi in Tarzan, cacciatori, soldati. Lei e la sorella, pur non potendo partecipare potevano “osservare” le battaglie a condizione che non facessero le “spie”. Le due sorelle consideravano un privilegio seguirli, soprattutto se ricevevano la grazia d'esser ammesse ad alcuni giochi più adatti anche alle “femmine”. Tea adorava giocare con i fratelli ed i cugini “a gli sciatori”. Dopo aver faticosamente risalito montagne di sabbia, scivolavano fino alla spiaggia, utilizzando il cartone come schettino sulla neve. A volte, le due sorelle non guadavano il fiume, si fermavano sulla sponda. Chiusi gli occhi, la donna si rivedeva con la sorella immergere le mani nell'acqua pura, gelida, trasparente di “Fiumesanto”, per cogliere manciate di sabbia finissima da filtrare in cerca di ciottoli bianchi per giocare alle “cinque pietre” I ciottoli erano rari ma non le palline nere degli escrementi di pecora che l'acqua fredda rendeva abbastanza resistenti per il gioco.
La domenica mattina gli ultimi preparativi. La mamma metteva sulla fiamma il pentolone per cuocere gli gnocchi, nel frattempo, la zia Pina, Tea e sua sorella sistemavano le pietanze nelle terrine.
Non esistevano i frigo portatili o i contenitori di plastica ma tutto rigorosamente di ceramica, terrine,” noooo!” meglio definire “terrone” veri e propri “lavamani,” di tutte le grandezze, contenevano il cibo fino al bordo ricoperto con coperchi di pentoloni , tenuti fermi da teli di cucina, annodati per gli angoli. Il tutto sistemato dentro cassette di legno. In altre cassette si sistemavano piatti lisci e fondi, posate di acciaio e bicchieri di vetro, bottiglie di birra e di vino e una bibita gassosa “la spuma”. Una cesta di pane.
Tutto avvolto in tovaglie e tovaglioli di stoffa, che al mare avrebbero svolto il loro reale compito anche se decorate di profumate macchie d'olio
Finalmente, mentre, la mamma annegava in abbondante ragù e formaggio gli gnocchi, il babbo svolgeva la cerimonia dell’aragosta, l'ultima pietanza.
Prendeva, con cura, l’aragosta lessata, l'allungava sul tagliere poi , con mano sicura, la tagliava al centro della schiena, evitando di spezzare il filo rosso che toglieva mostrandolo orgogliosamente intero.
Poi la spolpava e tagliata a pezzi, la condiva con pinzimonio di limone e olio.
“che emozione!”
Finalmente pronti, iniziava la fase sistemazione cassette e “umani” dentro e fuori la “giardinetta” familiare.
Prima le cassette. I ragazzi aiutavano a sistemarle sul portapacchi, agli ordini del babbo. Cercavano gli incastri come in un puzzles, quindi sistemava almeno tre ombrelloni, due sdraio, una a strisce gialle e l'altra arancione, sediette di legno, la “valigia da spiaggia”, un simbolo dello sviluppo economico degli anni sessanta. Tutto era ricoperto con i teloni degli ombrelloni, iniziava, quindi, la fase “prendi la corda“ “adesso lancia la corda”, ahiaaaa!, stai attento!!! ma non ti ho visto!”...
Legare tutto sul portapacchi era veramente un’ impresa, tanto era alta la montagna di bagaglio.
In cima alla montagna vi era l’amore, la passione dei ragazzi: la cameradaria di trattore o camion, rattoppata e gonfiata con cura dai maschietti , praticamente l'unico salvagente per lo sciame di ragazzini.
Non era un semplice salvagente ma la zattera dei pirati, la piscina per tuffarsi dentro come delfini. Piccolo dettaglio: la grossa cameradaria aveva una valvola enorme, quindi tutti lottavano per non prenderla sulla schiena, sulle cosce, perché i segni che lasciava duravano oltre la settimana. Era ovvio: quello accanto alla terribile valvola, era l’unico posto riservato alle femmine.
Infine, sistemati i bagagli, prendevano posto le persone.
In macchina, sul davanti sedeva la mamma .
Nel sedile posteriore le femmine e la zia ed un maschietto, preso a caso per le orecchie, perché tutti volevano andare nel portabagagli che il babbo chiamava sorridendo “la conigliera”:
I ragazzi , cinque, entravano ad uno ad uno tra vari “aia!, spostati! E stringiti!”
Stavano stretti, anche perchè nelle tasche custodivano oggetti personali come la fionda, le biglie, la pallina fatta di fette di cameradaria di bicicletta sovrapposte l'una sull'altra con un sasso per baricentro !! ” Tea sorrideva con tenera malinconia a quelle pennellate di colori che si aprivano la strada tra i meandri della mente. Rivedeva la macchina stracarica partire verso la spiaggia, dove si sarebbero incontrati con le altre famiglie di parenti. Arrivare a “Fiumesanto” non era cosa facile. La “giardinetta” aveva problemi alla pompa “C”. Ogni pochi chilometri si ingolfava di benzina e il motore si fermava. Il babbo di Tea scendeva dalla macchina, sollevava il cofano, tolta la famigerata pompa, vi soffiava dentro a tutto fiato, sputata la saliva imbenzinata ritornava alla guida fino alla prossima ingolfata e così fino al mare dove arrivava bruciato dal sole. Ci si accampava sempre nello stesso punto, come se si fosse pagata la tassa di soggiorno e approssimativamente nello stesso orario dello zio Luigi con la sua cinquecento simile ad un guscio di tartaruga, tanto le gomme sparivano schiacciate dal peso del carico di persone e bagagli.
Alcune volte si univa la famiglia del cugino Nino con la moglie Anna, favolose le sue polpette al rosmarino, e i loro due figli.
Una tribù al completo.
“Però, che sfiga” rifletteva Tea,
Le bambine erano tre, i maschi almeno otto, anche dieci.
Appena arrivati, il babbo apriva gli sportelli e, come nei migliori film comici, si usciva uno dietro l'altro. Si era così numerosi che si aveva l'impressione che da una portiera si uscisse per rientrare dall'altra.
Subito, si riceveva l’ordine: “che nessuno scappi! Ci sono i bagagli!”
E dopo la fatica per metterli su iniziava il lavoro a ritroso, metterli giù dal portapacchi e trasferire il tutto sul punto scelto dalle madri.
Sistemati i bagagli, baci e abbracci con i familiari già arrivati, e via al rito ”sistemazione ombrelloni e tendoni”.
Il compito dei ragazzi era quello di mettere la sabbia per fissare le tende, passare le corde per legarle a paletti fissati dentro i fossi scavato, precedentemente, in profondità nella sabbia. Ora che “l’accampamento” formato dai colorati ombrelloni e relative tende delle tribù era a posto ormai, l'orologio segnava due dopo mezzogiorno...finalmente “via tutti in acqua”….tra le urla delle mamme
“non andate lontano!, guai a chi tiene la testa di qualcuno sotto l’acqua!, non vi picchiate! Lasciate spazio alle bambine! E voi bambine non fate i maschiacci!”
Nemmeno uno di questi “ordini” veniva eseguito.
Ci si tuffava schizzandosi a vicenda, si tiravano manate di acqua e poi il babbo lanciava la cameradaria che, con un tonfo toccava l’acqua tra le grida gioiose dei ragazzi., le mamme continuavano a dare ordini e il babbo tranquillamente
“ma lasciateli giocare!”
“ ma se annegano?” gli urlava la mamma
Il babbo con tranquilla ironia” non preoccuparti sono così numerosi che non se ne accorge nessuno!”
Zia Pina coglieva sorridendo la battuta, la mamma né coglieva, né sorrideva.
Tea rivedeva e risentiva il loro schiamazzare gioioso confuso con le grida dei gabbiani che si allontanavano, con frullio di ali, alla ricerca di lidi più quieti.
Tutti si arrampicavano sulla grossa cameradaria per tuffarsi dentro e rispuntare con uno schizzo d’acqua, si spingevano, si spintonavano per raggiunger l’ambito posto…però non litigavano
-Nel frattempo i “grandi” preparavano la “tavolata” per il pranzo.
Tavoli, sedie, sdraio, tovaglie, ognuno metteva quel che aveva portato. Le pietanze erano le stesse.
Le mamme confrontavano i metodi di preparazione vantando ciascuna la propria arte culinaria.
Seduta sotto un ombrellone vi era una cugina, poco più piccola di Tea: Rosy.
Era la figlia dello zio Luigi, nata dopo diversi maschi. I suoi genitori, poichè soffriva di asma , la tenevano chiusa come dentro una campana
Indossava un costume “da bagno” ( si fa per dire) cucito dalla sua mamma con della stoffa di maglia, per proteggerle il petto e le spalle dai colpi d’aria e, con quaranta gradi all’ombra, dopo aver indossato sul costume un golfino di filo di cotone, osservava, con i suoi grandi occhi tristi e circondati da grosse occhiaie, i fratelli e i cugini che giocavano. Al ricordo Tea s'intristisce. Rosy, nella sua scelta di vita sarà segnata non dall'asma ma dall'ossessiva protezione dei genitori.
Appena la tavolata era pronta, esattamente un’ora , più o meno dall’inizio del bagno, i ragazzi erano richiamati perchè uscissero fuori ad asciugarsi.
Grandi proteste ricevevano in risposta. Uno usciva, un altro ritornava dentro
Ma era inutile, la mamma di Tea sgridava, non solo i figli ma anche il marito, più permissivo e paziente, perché si imponesse con i figli.
La zia Pina aveva un modo molto personale e raffinato per richiamare i suoi : emetteva un leggero fischio inspirando l’aria tra i denti, con le labbra leggermente aperte.
Alla fine si usciva tutti dall’acqua, brontolando e imbronciati, si asciugavano e poi si sistemavano vicini, seduti sul secchiello rovesciato.
E la tavolata?” era per gli adulti!!!
Iniziava il giro delle pietanze.
I ragazzi, anche se avevano accordato di mangiar poco per ridurre quelle famigerate ore della digestione, finivano con il mangiare come lupi, secondo le leggi dell’adolescenza.
Dopo tre ore di attesa per il secondo bagno i fratelli di Tea, insieme ai cugini facevano le piramidi umane. I più grandi alla base, sopra le loro spalle i medi, fino ad arrivare a metter su il più piccolo. A questo punto la piramide crollava e dove?
guarda caso sulla battigia, così crolla adesso, crolla dopo, i ragazzi erano tutti bagnati,
A questo punto il coro. Possiamo fare il bagno?
Risposta corale dei Grandi “ perché siete asciutti?
Al solito il padre di Tea: lasciateli andare a giocare nell’acqua”
E tutti a correre con tuffi e spanciate nelle cristalline acquee incontaminate.
Il sole sta tramontando sul mare. E' ora di rientrare. Chiuse le veline dei ricordi tra le pagine del tempo, strette il golfino sulle emozioni del cuore Tea riprende lentamente la strada verso il suo oggi.









02 maggio, 2016

Poesia...ho attraversato l'oceano con una barchetta

Ho attraversato l'Oceano con una barchetta

Il calore della Terra
nel pugno della mano,
nel cuore
i chiaro-scuri della vita
radicati in fretta
nel tempo
della verde stagione
quando
ancor incerto pollone
cercavo il lume solare.
L'andare sui solchi
dei carri e dei buoi,
della casa
profumi e sapori,
del natio paese
gli umori.
Legati con spago
nella valigia,
rinfusi
tra sogni, speranze,
incertezze ed affanni
dei miei quindici anni.
Come barchetta,
abbandonate sullo scivolo le ruote
son varato sull'onda.
Negli infiniti orizzonti
ho espirati i miei silenzi.
Ho chiuso le paure
tra pareti di onde
l'oceano
mi fu padre,
la solitudine
madre
La scorza segnata
dal lungo navigare
prosegue,ora, la via
sulla terra natia
Ma solo
nel profumo del mare
ritrovo il mio “essere”,
e la strada del mio andare.

Tetta


22 aprile, 2016

Lu vizinatu...racconto in gallurese-coghinese con traduzione

E' un frittu manzanili di lu mesi di Natali.
Mattia s'è sciutata a l'impruisu. Lu giaddu di zia Maddalena, cu' lu sò chicchirichì, arrughitu e stunatu, l'ha fattu brincà la criatura ch'è asittendi da tre mesi. Surridi, figgiulendi, da li viddri di lu balconittu, li caseddi di lu rioni chi, mancari lu soli tebiu, briddani inghiriati da randi di gilata.
Stirri la manu i lu lettu, zilchendi lu calori dill'ommu soiu, ancora si sà chi Paulu è già in campagna und'è la roba d'attindì.
Paulu, cumenti ugna manzana, s'era sciutatu ch'er'ancora buggiu. - “Prenda mea!” l'aìa dittu, abbrazzendila cù l'occi affundati i li soi - “ oggi rigualdati, lassa fà l'alti femmini, candu sei stracca, furriggia a casa pà ripusà!”-
-” ma sogu solu gràita, non malata!”- Rispondi cun dulzura Mattia “ da ghi mi straccu mi posu unde zia Mia, non vodd' ambarà sola in casa si tuttu lu vizinatu è aunitu priparendi li cosi boni pà Pasca di Natali!-
Anda bè, parò prummitti ch'arài rigualdu pal te e pà la criatura, l'èmmu disizzata meda !” Accunsenti Paulu carizzendila cu' l'occi e cu' la bozi calda chi suttrìna li sintori di la femmina ch' iddu pasiga che unda silena.
-” Stà trancuillu! Arimani m'ha visittata la mastra di paltu, e m'ha dittu chi sogu andendi bè, di stà attenta solu a non esagerà meda cù li fazendi. Mamma e mamma toia, ch'erani prisenti, ani prummissu chi m'aràni a gualdià iddi!”- Poi ridendi – “t'araggiu a dì chi mamma Andriana e mamma Maddalena stan'attenti puru chi non m'aggiani a straccà, l'alti, mancu a ciarra. Più di tutti chissa linghi mala di zia Rutìglia!-” Cussì stuvignata palchì cumenti sisti e cuscì li panni di l'alti idda, non v'è nisciunu. - “palchì t'ha dittu calche cosa chissa tagliaecusci?”- Dummanda - Chiss'è lu ch'er'asittendi Mattia pà fà a Paulu un contu curiosu.
-“L'alta dì sogu arriata all'impruisu a casa di mamma toia. V'erani puru mamma e zia Rutìglia. Pusati accult'a la ziminea arrustiani castagna. Cuntrastàani di li mariti. Zia Rutìglia sustinia chi ziu Casciu non l'aia mai vista tutta nuda ma, un pezzu a la 'olta, o la palti di subra o la di sutta. Fendi lu contu giuràa, ch'era veru e viritai, signendisi cù la cruzi. Li mammi nostri ani giuratu chi ancora pa' iddi è cussì!”- Paulu è Mattia ridini chena frenu. - “ Aspetta chi nò è cumpridda, i chi”- aggiugni la stedda, “zia Rutìglia vultata a me! -“e tu Mattia, ti sei mai prisintata tutta nuda a tò maritu?”-
“eeeehhh tu?”- dummanda Paulu allalmatu” - “eu?! Eu, nò aggiu fat'a tempu manc'abrì buca
v'ha pinsatu mamma toia - “ cummà, chissi dummandi punitili a vostra fiddola chi Mattia già è spusata cù l'ommu soiu!”
Paulu preoccupatu: - “ Deu meu!, Bastiana nò è mancu cuiuata! Tandu zia Rutìglia s'è offesa e si sò paraulati??”- -“ noooo, nisciuna chistioni! Zia Rutìglia nò ha fattu manc'una grispa, ha cambiatu subitu algumentu !” cuntinua Mattia fendili lu vessu da magliaia - “oi, cummari mei cari! Aggiu vistu l'oi ch'èt'arrigati pa' fà li cosi boni, oi, oi, oi... una maraiglia, si vidi chi li giaddini so' tenti da massari bravi! parò m'arèti a scusà si v'ha riziuti me fiddola Bastiana, eu era in bagnu palchi m'ha fattu mali....bla,bla,bla. Cummenti si non era suzzessu nienti”- Cumpri lu contu Mattia. Li dui cioani ridini di cori. C'un brincu Paulu si pesa da lu lettu. Poi chi s'è vistutu, s'accultiggia a la ziminea, libara la brasgia da la chisgina, p'abbruncà lu fogu e scaldì la casa pà candu Mattia si n'arà a pisà. Beddu imbuligatu pà lu frittu, abri la gianna di casa e dà un frusciu, ill'immediatu lu fideli “Pulighiteddu” l'anda incontru, fendi di coda. Pusatu i la motocarrozzella, accultu all'anchi di lu patronu, s'avviani a la tittoia undi sò li vacchi e la mandra cù li peguri. Tutta la ricchesa soia.




Isciutu lu maritu, Mattia torra a drummì fin'a candu non l'isciuta lu chicchirichi di lu giaddu incatarritu.
Li dui cioani sò spusati da più d'un annu. Poi di mesi, tra spirànza e dilusioni, abàli aisettani lu fiddolu, tantu disizzatu. Mattia passa la manu nant'a la mazza ch'è criscendi. L'occi briddani. Cun Paulu s'erani presi p'amori e cu' l'assensu di li famili. Nati i lu stessu paesi. Un gruppu di casi accultu l'una all'alta, subra un muddizzosu muntiggiu. Tutti li casi s'acciarani in unu spiazzu undi v'è una funtana d'ea frisca chi, falendi da la muntagna darettu lu muntiggiu, vassa drent'una balza di granitu. La piazza è l'ammina di lu vizinatu, i chi s'aunini li femmini pa' piddà l'ea pa' li bisogni di casa o pa' làa li panni, l'anziani pà ciarrà di li tempi andati, sutt'a un lummi di soli d'Arru o in un cuzu d'umbra i lu Stadiali. I chi d'ugnunu dizi la soia cumenti una familia. La gianna d'ugna casa s'acciara nant'a la piazza è sempr'abalta pà li vizinanti, li vindioli di passaggiu e li dimmandoni. Candu un fiddolu s'isposa fràbbiga a fiancu o nant'a la casa di li soi. Li famili so' meda auniti da reguli di vizinatu tramandati e cuntrullati dall'anziani. – “Tratta bè lu vizinatu palchì cù iddi t'agatti sia pa' lu bè che pa' lu malu, palchì s'hai un bisognu ora c'arreani li parenti toi, sei beddu che moltu!”
Mattia si sgranchi aspittendi l'alti chicchirichi di lu giaddu cument'ugna dì. - “Lu giaddu non canta più, “poarettu, avarà dulor'a la ula!” pinsamenta Mattia. Da lu muru, chi tramezza la casa soia da la casa di li sozari, intendi li trosti di ziu Minniu e zia Maddalena – “sssss! Maddalè fà a pianu ch'isciti Mattia, laghemmula drummì ancora, chidda stedda!...tandu abàli eu andu a casa di cummari Andriana piddu cumpari Barori e andemmu a la casedda di lu furru di cumpari Peppi pa' priparà lu fogu.”
- “Anda bè”- accunsenti la femmina.
- “cummarì Maddalè!”- zocc'a la gianna cummar'Andriana cun accultu lu maritu Barori.
- “ehi cummà!” - abri la gianna Maddalena – “Minniu, propriu abà, era vinendi a casa vostra, ma intreddi e fed'a pianu si no s'iscidda Mattia ch'è drummendi.”
Andriana ha una cappitta chi l'imbuliga tutta. Da sutta li fala un pannettu biancu chi l'ingiriggia cumenti una faldetta
- “Semmu pronti cumma?”-
Maddalena:- “ emmu cummà, abàli mi pongu lu pannettu biancu e la cappitta e sogu pronta, cummari Mia sarà ambarendi.”-
Mattia, s'appronta lestra e l'aisetta fora di la gianna. Maddalena, Minniu, Andriana e Barori videndila – “ohhh Mattia, palchì pisatinni cussì chizzu?”...-
La risposta si paldi ill'aria. I la cantunata di la casedda di lu furru di zia Mia, appuggiatu cù li mani darettu la schina v'è lu maritu, cumpari Peppi. Cumenti ugna manzana dà lu “buongiorno” a la moda soia. Spara una badda di scarràsciu nant'a la stradìna undi lu vizinatu si posa di stadiali, pà cuntrastà, a lu friscu beddu.
- “ Chi ti falìa unu raiu!!! chi Deu mi paldonia e tutti li Santi” – Giastimmani a denti strinti li dui femmini – “e mai pussibili chi in tutti chist'anni non li ni siani falati li casciali dafattu a lu
scarrasciu a chistu polcu???” Dizi Maddalena attidiata.
- “Si non po' f'ammancu di scarrascià, chi ni lu cazzia in drentu a casa soia, chena fanni brincà li pulmoni a lu vizinatu”- Aggiugni Andriana
- “Bè, cagliettivi a la mudda!”- imponi Minniu – “pà iddu è cument'una malattia...e chi linghi mali !!!”-
-” e, ma chi si li ponghia averu un mali”- Cumpri Andriana.
Ziu Peppi, chi nun s'è avvistu di nudda, l'and'incontru – “benvinuti, cumpari e cummari...semmu pronti?”- e stirri la manu pà dà lu binvinutu cument'è usanza.
- “bedd'agattatu cumpà”- rispondini li dui cummari chena bugà li mani da sutt'a la cappitta, lu fani di prupositu palchì cumprendia chi lu salutu soiu poi d'unu scarrasciu nò è graditu–“ tittia e chi frittu ch'è fendi chistu manzanu!!!”- Dizini a una bozi. Ziu Peppi non s'avvidi nemmancu di li cummari, iddu è figgiulendi la mazza di Mattia – “ tandu Mattì, finzamenti vi l'ha fatta Paulu a ingràiddati. Zia Mia, chi s'è acciarata pà salutà li vizini, a intindì lu maritu, li torra la cara bianca che la tela e cun bozi attidiata –“ a non cagliatti a la mudda l'asinu mannu, a non fattinni la valgogna, beddi parauli a chidda stedda. Scurri da ghi!”- Li dizi dendili una spinta- “ anzi, voi ommini accusteti a la casedda e pripareti lu furru, paristantu chi noi femmu lu caffè!”- Isciuti l'ommini, zia Mia multificata s'accultiggia a Mattia e abbrazzendila -” sienda mea, fiddola cara, non t'ammuscià pà lu chi t'ha ditu ziu Peppi, sò ronchi d'asinu e nò alzani a zelu. Li fiddoli arriani candu vò Deu!”- Abbrazza tutti pà dalli lu benvinutu e pripara lu caffè. Li femmini, tantu chi piddani lu caffè, ammentani li Natali di cand'erani steddi e aggiutàani li mammi, li minnanni. D'ugnuna ha un contu di fà.
In mezu a lu cuntrastu battini a la gianna - “Cummà, si po' intrà?”- ma è già in drentu la funtummata cummari Rutìglia cu' la fiddola Bastiana, vaggiana cumenti li sureddi Catta, Malgarita, Franzisca e Mannena, chi entrani infatt'a idda. A scaccaddi di risa, moini lu capu e li pili, ch'ani ancora lu sestu di li bigodini chi tenini tutta la notti, palchi non si po' mai sapì chi mancari passia calche vindiolu beddu e non s'incantia a calcuna di chissi cumpusizioni di pili ricci.
- “Avanzeti! Benvinuti, v'eram'aspittendi!”- Dizini tutti. Appena bugatta la capitta, che fiottu di giaddini scaganendi, s'accultiggiani a Mattia – “Emmu saputu chi sei gràida...è veru chi sei già di tre mesi?
Zia Rutìglia aggiugni – “cumenti mai l'emmu saputu cussì a taldu? Foramari, un altu pogu nasci la criatura e noi ch'ena sapì nudda!-
Mattia arruia che fogu. Sà cument'è fattu lu vizinu e la curiositai d'ugnunu di cunnuscì li fatti di l'alti. Nò è una curiositai maligna, ma un modu di ficchì lu nasu in dugna cosa, cumenti in familia. Idda non aìa dittu d'esse gràida fin'a chi non era stata sigura. Li dilusioni l'aìani impiduta. Li soi erani d'accoldu. Andriana figgiola ill'occi Maddalena, chi cumprendi chi la sugrogna vo' c'arrispondia idda palchi lu vizinu non l'aggi'a rimbiccà d'esse tappendi lu sgarru di la fiddòla. –“ Cummari Rutìglia mea, lu sapeti chi Mattia è valgugnosa e di poghi parauli!?”- Un ululu d'animalu firutu l'arreggi li parauli in bucca. Spasimati si girani. Nant'a la gianna v'è ziu Casciu brinchendi subra un'anca, stantu chi cù li mani si teni un pedi, c'ha lu bottu impastatu a fangu e sangu.
- “oja, ma cà raiu t'è falatu a urulà a chista manera?” Dummanda cun poga grazia la mudderi
-” figgiò, figgiolami lu pedi!” Dizi l'ommu cù l'alenu cultu. Zia Rutìglia si l'accultiggia e – “oja, poarettu, cosa t'è cumbinatu ? “ la femmina mustr'a li prisenti lu bottu bruttu, fiagosu e strazzulatu di lu maritu. L'ommu cù l'occi allummati –“ è statu lu cani di cumpari Barori e cummar' Andriana. Ugna 'olta chi passu dananzi a la casa soia, mi s'arralda, oggi chi non v'era cumpari a ciammallu m'ha presu pà lu bottu e m'ha trascinatu i lu camminu, figgiuleti cumenti m'ha fattu”- Dizi vultendisi pà mustrà li calzoni fiaccati. Non s'er' avistu d'esse a culu all'aria. Zia Rutìglia pidda lestra una manta e tappa li natighi di lu maritu – “e cantu sei castigatu, lu colzu, nò asculti mai” – poi sempri più attidiata – “canti 'olti ti l'aggiu dita di laàti li pedi? Cosa l'emmu fattu a fà lu bagnu noù? Nooo..sei mal'ascultà!!!, andi ancora a fà di bisognu sutt'a l'alburu di l'ulia e ni torri cù li botti brutti. Poi fai la chèscia chi li cani t'issarraldàni!”-
A lu buldeddu, da la casa di lu furru, arreani ziu Barori e ziu Minniu – e ch'è chistu buldeddu? Incrisciuta, Andriana fazi lu contu.
Barori vultendisi a lu firutu – “m'aarèti a scusà cumpà, lu cani meu si ciamma “Straccu” palchì è cussì mandroni chi non si ni scazza mancu la musca da lu nasu, “Straccu” si tira solu a voi, si non v'uffinditi v'araggiu a dummandà un'infulmazioni”.
-”Diti puru cumpà, semmu boni vizinanti!”-
-”tandu mi pilmitu, cumpà. Cand'è stata l'ultima 'olta ch'èti laàti li pedi?-
Ziu Casciu scredulu e pal nudda offesu – “cumpà, tandu voi non seti statu a lu fronti i la gherra di lu chindizi-dizottu?”- Nisciunu rispondi, “tandu v'araggiu a dì”- Anda adananzi, alzendi la bozi e un ditu all'aria pà dassi un tonu impiriosu e apparì più altu di lu metretrenta soiu - “Lu cumandanti di lu battaglioni uldinèsi a tutti li suldati chi non s'aussiani laàti pà non paldì lu rivistimentu ch' ha la peddi e ch'impidi a la badda d'intrà i la carri”-
“Cumpari Cà, tandu a voi mancu la cannunata vi pidda?”- dizi seriu,seriu cumpari Barori.- parò cumpari meu , a chistu puntu, lu cani nò ha culpa, scuseti, iddu ha intesu fiagu di carri molta e s'è lampatu, abàli voi andeti a fà lu contu a lu Cumandanti pà intindì cosa ni pensa. Lu cani, cumpari caru, è un animalu, ha fiutu e non pidda rasgioni.” -
La situazioni s'è imbruttendi, cumpari Minniu zilca d'aggiustà li cosi– “Ziu Cà, vistu chi firutu abbeddu v'è solu lu bottu, in cunfidenzia, ditimi, cà nummaru aèti di pedi?”-
- Cumpari meu, non mi l'ammentu palchì chisti l'aìa da lu sposu, l'aggiu pittadi meda volti m'ancora erani boni!- Bastiana e li sureddi Catta v'escini a fora, ridendi e fendi li vessi di ziu Casciu. A lu fragassu s'acciarani li vizinanti chi mancani all'appellu – “cos'è suzidendi àeti già priparatu l'impastu'? e chista risareta macca'? Abàli arriemmu puru noi!”- “Feti cun commudu!”- Rispondi Bastiana, - “mi pari chi li cosi oggi aaràni andà pà la longa!”- Pà la curiositai arreani tutt'insembi: Toa cù lu maritu Giuanni, già appruntatu p'andà a lu taddu di la scalzoffa, li fiddoli, Lisandrina e Lella, currini i la strada ch'alza pà la custera di lu muntiggiu, furriendi d'accumpagnà li steddi di lu vizinatu a la scola. Arrea puru Ziu Mannu, lu più anzianu di tutti. Lu vecciu, rispittadu pà dirittu d'anzianitai, imponi lu silenziu e faedda:- “ Lu nostru è un vizinu bonu, è funtummatu da tutti pà l'amori c'auni da sempri li famili!”- I lu silenziu ch'è falatu, ciamma Bastiana –“ anda la mè fiddola a casa mea, pidda chiss'ambulita niedda chi v'è i la cridenzia bona e arregal' a chinzi. Attenta chi non t'aggi'a scappà!”- Isciuta Bastiana, ziu Mannu cummanda all'ommini di bugà li botti a ziu Casciu, di laà bè li pedi in manera ch'iddu possia midicà cù l' unguentu d'albi, tramandatu da babbu a fiddolu i la sò familia. A intindì chi s'approntani a laàlli li pedi, Ziu Casciu si pesa a bozi – “non mi laèti, lu mè cumandanti non vò, eu aggiu sempri ascultatu li sò cunsiddi e non mi sogu mai malatu, mancu un catarru, mai, mai!”- L'ommini ponini nant'à lu fogu un caldaroni d'ea, poi c'un trattamentu speciali, spazzula, saòni e verocchina, laàni li pedi. Ziu Casciu è tristu, ha paldutu la dignitai di “militi decoratu di gherra.” Poi d'aelli pinzillati li pedi cù l'unguentu, ziu Mannu faetta i l'aricci di cumpari Minniu. L'ommu s'accultiggia a ziu Casciu, ha in manu un paggiu di botti trattati, parò ancora boni - “cumpà, da bon vizinanti, piddeti chisti botti mei, cumenti frattedi cumpà.” Ziu Casgiu emuziunatu- “M'aaraggiu abituà cumpà, cun sacrifiziu palchì li mei m'intràiani chena faità.- Pisatu all'ampedi li proa – mi pari chi mi stiani un pogu manni i la punta, vò dì chi m'aaraggiu a punì papiru undi v'è lu boitu.
Ziu Mannu p'allivià la situazioni -” ma, tandu chisti cosi boni li femmu o no?”- Zia Mia riciamma l'attinzioni battendi li mani cumenti fazi cu' li giaddini chi starrazzani fastidiosi nant'a la gianna di casa. Poi cunsignata all'ommini una colbula cun pani, casciu e calc'ambùla di vinu, c'unu -”sciò,sciò”- li manda a priparà lu furru. Li femmini, ambàrati a la sola, si dividini l'incarrighi, solu l'anziani priparani l'impastu, l'alti leggini li rizetti, pesani e appogliani l'ingridienti a li manni. Abili mani si moini attenti a la cunsegna.
Bastiana pa' taddà lu silenziu–“ genti mea, oggi cà dì è?”- Malgarita signendisi cù la cruzi – “oggi è tredizi di Pasca di Natali, Santa Lughia...ugnia dì è un passu di giaddina!” Ancora l'alti si segnani. - “ E' veru”- aggiugni Mannena – “oggi è la dì più culta di l'annu.”- - “e si”- dizi Toa – “e da Santa Lughia a Natali...ugnia dì ha un passu di giaddu, palchì li dì s'allongani.”- cuccurudduuu!”- s'intendi Giuanni d'addaretu li spaddi. Li femmini ridini. Toa, pultendisi una manu a lu cori-” oja, e c'assucconu!”- L'ommu cù malizia- “e dà, chi non lu timmi cussì abbeddu lu giaddu!” - Poi presu lu fiascu di vinu, scappa a fora primma chi la mudderi li tiria lu cannoni ch'è trattendi pa' fà la pitta. Tra una ciarra, unu schelzu e una risata incumenza l'anda e torra di li tegli pa' e da lu furru. L'ommini c'una pala poggiani li tegli nant'a la pedra calda, calche sigundu e la torrani a bugà. La primma teglia furriggia da lu furru calda e prufummata, è lu mamentu di l'assaggiu- “chi boni!”- si cumplimentani, figgiulendisi cun amori e chissa punta d'orgogliu c'auni lu vizinatu.. Lisandrina da la cuntintesa pidda un'ambùla d'anizi- “aiò! abà chi non vi sò l'ommini zi femmu un anizinu, a candu a cumprì tuttu...oi,oi...tocc'a stà bedd' in folza!”- Maltina ridendi anda a cuntrullà la gianna palchì non s'accultiggia calc'ommu. Pianati li calizini bini, ridini, s'abbrazzani infarinendisi cumenti solu i lu vizinu chi si vò bè pò suzzidì. Toa, zucchendi li mani ricumponi lu gruppu pà cuntinuà la fazenda – su,su steddi mei poga ciarra, lu nostru vizinu è lu meddu di lu paesi, semmu tutti cummari e cumpari di fugaroni e rispittemmu la fidi ch'emmu postu brinchendi lu fogu, la notti di la festa di Santu Giuanni- Zia Maltina, asciuttendisi una lagrima in un'azza di lu panneddu-” è veru e viritai , cantu zi vulemmu bè, mai una brea né una chistioni, noi semmu sinzeri cummari di fugaroni!” Toa, la mazzona di lu gruppu, fazi una risaredda pinsamintendi a li dispetti, a li parauli spunzunanti chi si ricambiani li cummari – “eppuru si voni bè, a lu mamentu giustu acconzani tuttu pà non dispildì l'affetti di lu vizinatu”. E' quasi l'una, li tegli entrani e v'escini da lu furru ch'è maraiglia. Li canistreddi sò fiurendi di cosi boni. Lisandrina, bugatu lu pannettu, anda a ritirà li steddi da la scola. Ziu Peppi, cù la cara ruia che piaroni, un pogu pà lu calori di lu fogu, un altu pogu pà lu vinu biddu a tazziti, una dafattu all'alta, s'acciara a la gianna – accustedivi a la casedda di lu furru , emmu arrustitu saltiza e carr'ecoggiu, cussì piddeti un mossu e poi aarèti a cuntinuà!”- Arrispondi Minnia – “cumpà aaremmu a vinì un pogu a la 'olta palchì emmu l'amaretti già impastati e sò meda dilicati!”-
- Cummà, feti a piazeri vostru, noi èmmu già fattu!-
- e puru biddu cumpà, e già s'idi...seti ruiu, cazzendi fogu!-
- eh,eh, già v'aarèti a caglià! Si n'anda bulbuttendi l'ommu.
Li femmini appostani li gruppi p'andà a gustà. Mattia è i lu primmu. La cioana è un pogu accansita. I la casedda di lu furru Barori appronta, pà la fiddola, una poltrona veccia accultu a la ziminea. L'alt'ommini s'apprettani a silvilla pà stà còmmuda. Idda aisetta la gemma noa di lu vizinu.
Arreani li steddi da la scola. S'intendinì currendi e a ciarra manna.
Marieddu entra pà primmu –“ li cosi boni sò pronti?”- dummanda cun d'un surrisu i la cara ruia che chiriasgia pà l'aria frizzantina di lu Natali. Zia Mia cu' la cara trista – “non sò pronti, l'èmmu ancora d'incappà!”-
-e candu l'incappeti?- dummanda lu steddu disaminendi
-dumani, masciteddu meu!-
-”dumani!?”- Lu steddu s'ammuscia, poi d'un pogu, cun l'occi briddendi – “zia Mi, parò a me li cosi boni piazini mancari chen'incappà”-
Zia Mia ridi e allalghendi li brazzi –“ viniti drentu steddi!”- Tutti si li stringini ridendi pà lu schelzu. La femmina l'accumpagna in una cammara und'ha già priparatu una bancaretta cù li piatti, lu gustali e una canistredda di cosi boni pà iddi –“ primma gusteddi, poi feti li compiti e mangeddi li cosi boni. Steti bravi, non brieti si no lu ciarabaldu malca mali pà lu rigalu di Gesù Bambinu!”
Marieddu- “emmu zia Mi, aremm'a stà bonfiddoli”.- La femmina li basgia cumenti fussiani fiddoli soi – “abà mangeddi cun bonappittitu, steddi mei!”- E' emuziunata. S'asciutta una lagrima pinsendi a cant'alligria dàni li steddi, mancari non soi, a l'anziani arriati allu arru di la vita. La sirintina scurri e primma d'intrinà li femmini ani cumpriddu. Nant'a li letti di la cammara bona di zia Mia, canestri, riparati da teli bianchi, spandini prufummi di cosi boni, di festa di Natali di benvulènzia.
Li massari si cumplimentani- “candu lu vizinu nostru si poni a fà calche cosa già non lu batti nisciunu!” Dizi Andriana suddisfatta. -” eu credu propriu chi nò”- rispundi Maddalena. “a dumani cummari mei, cussì incappemmu tuttu e poi ambaràni di fà solu li ciusgioni!”. Saluta Toa
- “Bè! tandu bonanotti a tutti e a dumani, si vò Deu!”.
E' intrinendi. Da lu camminu s'intendini arrià li carri trainati da li boi, l'ommini chi torrani da la campagna o da lu pasculu. Li passi sò stracchi e si paldini in mezu a lu sonu di la campana di lu vèsperu. La luna s'acciara d'adarettu la muntagna.
Pulighitteddu, fendi di coda, attùppa Mattia, Paulu lu sighi. A la stedda briddani l'occi di sirinitai, - Lu cani li fazi festa brinchendili accultu, idda pidda la manu chi li stira lu maritu. No' ani bisognu di faità, puru palchì d'addaretu arreani colpi di tuscia. Andriana, Barori, Maddalena e Minniu sò avviltendi chi lu vizinu è propriu una bedda familia parò figgiola, asculta e ciarra.
TRADUZIONE

Il vicinato
E' un freddo mattino di Dicembre.
Mattia si è svegliata d'improvviso. Il gallo di zia Maddalena con il suo chicchirichì rauco e stonato ha fatto fare un salto al bimbo che porta in grembo da tre mesi. Sorride guardando dai vetri della finestrella le casette del rione che, nonostante il sole tiepido, brillano inghirlandate da pizzi di gelo.
La donna tende una mano sul letto, cerca il tepore del marito, anche se sa che Paolo è già in campagna dove ci sono gli animali da curare.
Paolo, come ogni mattina, si era svegliato che era ancora buio. - “ Tesoro mio”- le aveva detto abbracciandola con lo sguardo affondato nel suo - “ oggi non ti affaticare, lascia lavorare le altre donne, quando sarai stanca, ritorna a casa per riposare!”
- “ Ma sono solamente incinta, non ammalata!”- Risponde dolcemente Mattia -” Se mi dovessi stancare riposerò dalla stessa zia Mia. Non voglio rimanere sola in casa mentre tutto il vicinato è riunito per preparare i dolci per il Natale!”-
-” Va bene! Però promettimi che avrai riguardo per te e per il bambino che abbiamo desiderato tanto!” Cede Paolo accarezzandola con gli occhi e con la sua voce eccitante che sa scuotere i sensi della donna e placare come onda serena.
-” Stai tranquillo! Ieri mi ha visitata l'ostetrica e mi ha detto che procedo bene, devo stare attenta a non affaticarmi. Mia mamma, presente insieme alla tua, hanno promesso che mi terranno sott'occhio loro!”- Prosegue ridendo -” Ti dirò che mamma Andreana e mamma Maddalena staranno attente che gli altri non mi stanchino nemmeno con le chiacchiere, soprattutto quella “lingua-cattiva” di zia Rutìglia” ( rotella tagliapasta) Così soprannominata perchè come taglia e cuce i fatti degli altri lei non è eguagliabile a nessuno. -” Perchè ti ha detto qualcosa quella “tagliaecuci?”- chiede Paolo. Era la domanda che attendeva perchè desidera raccontargli, a tal proposito, un aneddoto curioso.
-” L'altro giorno sono andata all'improvviso a casa di tua madre. Con lei, c'erano anche mia mamma e zia Rutìglia. Sedute accanto al camino arrostivano castagne. Parlavano dei loro mariti. Zia Rutìglia affermava che suo marito, Zio Casciu, non l'aveva mai vista completamente nuda o la parte superiore o quella inferiore, un pezzo per volta. Nel raccontare, per essere creduta, giurava che quella era una verità vera e confermava con il segno della croce. Le nostre madri hanno giurato che anche per loro era così.” Il ridere di Paolo e Mattia è irrefrenabile. - “ Aspetta che non finisce qui!”- continua la giovane -” Zia Rutìglia rivolta a me. -” E tu Mattia ti sei mai fatta vedere tutta nuda da tuo marito?”-
-” eeeehhh tuuu?” - Chiede Paolo allarmato. - “ Io? A me non è stato dato neanche il tempo d' aprire bocca, ci ha pensato tua madre. -” Comà, fatte queste domande a vostra figlia che Mattia è sposata con il suo uomo!”-
Paolo preoccupato -” Dio mio! Bastiana non è nemmeno fidanzata! Allora zia Rutiglia si è offesa, hanno litigato?”-
-” No, nessun diverbio! Zia Rutìglia non ha fatto una piega, ha immediatamente cambiato argomento!” Continua Mattia facendo il verso da megera della donna. -” oi, mie care comari! Ho visto le uova che avete portato per fare i dolci...oi,oi,oi! Una meraviglia, si vede proprio che le galline sono curate da brave massaie! Mi scuserete se vi ha ricevute mia figlia Bastiana, io ero in bagno perchè avevo male...bla,bla,bla...come se niente fosse successo.”- Conclude il racconto Mattia. I due giovani ridono allegramente. Con un balzo Paolo scende dal letto. Dopo essersi vestito, si avvicina al camino, libera la brace dalla cenere per accendere il fuoco e scaldare la casa per quando si alzerà Mattia. Copertosi bene per ripararsi dal freddo, apre la porta di casa ed emette un fischio, immediatamente, il fedele “Pulughiteddu” gli va incontro scodinzolando. Accovacciato nella motocarrozella, accanto alle gambe
del suo padrone, si recano alla tettoia e all'ovile dove sono le mucche e le pecore. Tutta la sua ricchezza.
Uscito il marito, Mattia si riaddormenta fino a quando non la sveglierà il chicchirichi rauco del gallo.
I due giovani sono sposati da oltre un anno. Dopo mesi, tra speranze e delusioni, adesso attendono il figlio desiderato. Mattia accarezza la pancia che cresce. I suoi occhi brillano. Con Paolo si erano fidanzati perchè innamorati e i loro genitori avevano approvato. Nati nello stesso paese. Un gruppo di case l'una accanto all'altra, in cima ad una morbida collina. Tutte le case si affacciano in uno spiazzo dove c'è una fontana d'acqua fresca, che scendendo dalla montagna dietro la collina, si riversa in una vasca di granito. La piazza è l'anima del vicinato, perchè lì si riuniscono le donne a prendere l'acqua per le necessità della casa oppure a lavare i panni. Gli anziani si ritrovano per chiacchierare dei tempi che furono, sotto uno spicchio di sole in Inverno o in un angolo d'ombra in Estate. E' il punto dove ognuno parla come se fosse in famiglia. La porta d'ogni casa si affaccia sullo spiazzo ed è sempre aperta per i vicini, gli ambulanti e i mendicanti. Quando un figlio si sposa costruisce sopra o di fianco la casa dei suoi. Le famiglie sono strettamente unite da regole di vicinato tramandate e custodite dagli anziani. - “Ama i tuoi vicini di casa perchè su loro potrai contare nella buona o cattiva sorte, in caso di necessità ora che intervengano i parenti potresti anche essere morto!”-
Mattia distende le membra in attesa, come ogni mattina, degli altri chicchirichi del gallo. -” Il gallo non canta più, poverino avrà male alla gola!”- Pensa Mattia. Dal muro che separa la sua casa da quella dei suoceri, si sentono i passi di zio Minniu e zia Maddalena. -” Sssss! Maddalè cammina piano che altrimenti svegli Mattia, lasciamo che dorma ancora, dolce ragazza!...intanto io adesso andrò a casa di comare Andreana, preso compare Barori, andremo insieme alla casetta del forno di compare Peppi per accendere il fuoco.
-” va bene!” concorda la donna.
-” Commare Maddalè!”- Bussa alla porta comare Andreana con accanto il marito Barori.
-” Ehi comare!”- Apre la porta Maddalena - “ Minniu proprio adesso, era pronto per venire alla vostra casa, ma entrate e fatte piano altrimenti si sveglia Mattia che sta dormendo.”-
Andreana è avvolta in un mantello. Da sotto spunta un grembiule bianco che la circoscrive come una gonna.
-” Siamo pronte comà?”-
Maddalena - “ certo comà! Ora indosso il grembiule bianco, il mantello e sono pronta, comare Mia ci starà aspettando!”-
Mattia si prepara in fretta e aspetta fuori la porta. Maddalena, Minniu, Andriana e Barori se la trovano davanti - “ Oh, Mattia...perchè alzarti così presto?”-
La risposta si perde nell'aria. Nell'angolo della casetta del forno di zia Mia, appoggiato con le mani dietro la schiena, c'è il marito, compare Peppi. Come ogni mattina, l'uomo dà il “buongiorno” a modo suo. Spara uno sputo catarrale sopra la panchina di mattoni(stradina) dove tutto il vicinato si siede a chiacchierare al fresco, nelle sere d'estate.
-” Che ti scenda un fulmine!!! che Dio mi perdoni insieme a tutti i santi!!”- Bestemmiano a denti stretti le due donne. -” E' possibile che, in tutti questi anni, a questo maiale, non gli siano saltati i denti appresso al catarro?”- Dice Maddalena molto arrabbiata.
-” Se non può fare a meno di sputare catarro che, almeno, lo sputi dentro la sua casa, evitando di farne vomitare i polmoni al vicinato!”- Aggiunge Andreana.
-” Zittite!” - Impone Minniu -” Per lui è come avere una malattia...che linguacce che siete!!”-
-” Ma che lo colga veramente un male!”- Chiude il discorso Andreana.
Zio Peppi, che non si è accorto di nulla, va loro incontro. -” Benvenuti compari e comari...siamo pronti?”-
Tende la mano per stringere la loro e dare il benvenuto secondo l'usanza.
- “ Bentrovato compare!” - Rispondono le due comari evitando di togliere la mano da sotto il mantello di proposito, perchè l'uomo capisca che dopo un suo sputo, il saluto non è gradito.
-” Brrrr, che freddo stamattina!”- Dicono insieme. Zio Peppi non si accorge nemmeno delle comari, lui guarda la pancia di Mattia. - “ Allora Mattia, finalmente c'è riuscito Paolo a metterti incinta!!”-
Zia Mia, che si è affacciata per salutare i suoi vicini, nel sentire il marito, sbianca in viso come tela e con voce colma di rabbia - “ Perchè non chiudi la bocca asino grande, non ti vergogni? belle parole hai detto alla ragazza! Allontanati! “- dice dandogli una spinta.
- “ Invece, voi uomini andate alla casetta e accendete il fuoco nel forno, nel frattempo noi prepariamo il caffè!” -
Usciti gli uomini, zia Mia mortificata s'avvicina a Mattia e abbracciandola - “ Tesoro mio, figlia cara, non offenderti per quel che ti ha detto zio Peppi, le sue parole sono come ragli d'asino, non salgono al cielo. I figli arrivano quando Dio vuole!”-
Abbraccia tutte in segno di ”benvenuto” poi prepara il caffè. Intanto che sorseggiano il caffè, le donne raccontano il Natale di quando erano bambine, di come aiutavano le mamme e le nonne. Ognuna ha aneddoto da raccontare. Mentre si chiacchiera bussano alla porta - “ comà,si può entrare?”- ed è già dentro la famosa comare “ Rotella” insieme alla figlia Bastiana, zitella come le sorelle Catta, Margherita, Francesca e Mannena che entrano tutte appresso a lei. Ridendo, rumorose come balzi di cascata, muovono la testa e i capelli con ancora la forma dei bigodini che tengono tutta la notte perchè, non è dato per certo ma, potrebbe passare qualche bel venditore ambulante e incantarsi ad una di quelle composizione di ricci.
- “ Venite avanti, siate benvenute! Vi aspettavamo!”- Rispondono insieme le donne.
Appena tolto il mantello, come un gruppo di galline schiamazzanti si avvicinano a Mattia - “ Abbiamo saputo che sei incinta...è vero che sei già al terzo mese? “ -
Zia Rutìglia aggiunge -” Come mai siamo state informate così tardi?ancora un po', nasce il bambino e noi non ne sappiamo niente!” -
Mattia arrossisce come fiamma di fuoco. Conosce il vicinato e la curiosità che spinge ciascuno a sapere i fatti degli altri. Non è una curiosità maligna ma un modo di mettere il naso in ogni cosa come in famiglia. Lei non aveva detto d'essere incinta fino ad averne certezza. Le delusioni precedenti l'avevano bloccata. Aveva concordato tutto con i suoi. Andreana guarda negli occhi Maddalena, la quale coglie prontamente il messaggio della consuocera che le sta chiedendo d'intervenire per evitare che il vicinato le possa rinfacciare di voler coprire lo sgarro della figlia.
-” Comare Rutìglia mia, lo sapete che Mattia è vergognosa e parla poco!?”-
Un urlo di animale ferito le blocca le parole in bocca. Terrorizzate si voltano. Sopra il gradino della porta c'è zio Casciu che saltella su una gamba mentre tra le mani si tiene un piede con la scarpa impastata di fango e sangue.
-” Ma che accidenti ti è accaduto per urlare a questo modo?”- Chiede, sgarbata la moglie
-” Guarda, guardami il piede!” - Dice l'uomo con il fiato corto. Zia Rutìglia si avvicina - “ Poveretto ma che ti è accaduto?”- insiste la donna mostrando ai presenti la scarpa sporca, puzzolente e rovinata del marito. L'uomo, con gli occhi accesi dalla rabbia -” E' stato il cane di compare Barori e di comare Andreana. Ogni volta che passo davanti la loro casa il cane mi assale, oggi che non c'era mio compare per richiamarlo, mi ha azzannato la scarpa trascinandomi lungo la via, guardate come mi ha ridotto!” -
dice voltandosi per mostrare i calzoni strappati. Non si era accorto d'avere il sedere nudo. Zia Rutìglia , svelta, prende una coperta e copre le natiche del marito - “ Ma quanto sei disgraziato! povero te, non ascolti mai !”- Poi, sempre più arrabbiata - “ Quante volte ti ho detto di lavarti i piedi? Che senso ha aver fatto il bagno nuovo??..noooo hai difficoltà ad ascoltare!...continui a fare i bisogni sotto la pianta d'olivo e rientri con le scarpe sporche...poi ti lamenti se i cani ti assaltano.!”-
Al chiasso, dalla casetta del forno, arrivano zio Barori e zio Minniu - “ ma che è questo casino?”-
Dispiaciuta, Andreana racconta l'accaduto.
Barori guardando il ferito - “ Compare, scusate se mi permetto, il mio cane si chiama “Stanco” perchè è così poltrone che non si toglie nemmeno la mosca sul naso, Stanco aggredisce solo voi, se non vi offendete vorrei un'informazione!”-
-” Chiedetemi pure compare, abbiamo buoni rapporti di vicinato!” -
-” Allora mi permetto, compà. A quando risale l'ultima volta che vi siete lavato i piedi?!”-
Zio Casciu meravigliato ma non offeso -” Compà, ma allora voi non c'eravate sul fronte nella guerra del quindici-diciotto?”- Non ottiene risposta.
-” Allora vi dirò!”- Continua l'uomo, sollevando il tono della voce e puntando un dito in aria, per dare imponenza al suo dire e apparire più alto del suo metroetrenta. - “ Il comandante del battaglione ordinò a tutti i soldati di non lavarsi per non togliere il pigmento che si forma sulla pelle e impedisce alla fucilata di penetrare nella carne!!” -
-” Compare Cà, allora a voi nemmeno una cannonata vi tocca?”- Afferma con serietà compare Barori. Però compare mio, a questo punto, il cane non ha colpe, scusate, lui ha fiutato odore di carne morta e si è lanciato, adesso voi andate a raccontarlo al comandante e ascoltate un po' che ne pensa. Il cane, caro compare, ragiona con il fiuto!”-
La situazione sta degenerando, compare Minniu s'impegna a riportare gli equilibri.
-” Zio Cà, considerato che la scarpa è la vera ferita, in confidenza ditemi quale numero di scarpa va bene per i vostri piedi???!”-
-” Compare mio non lo ricordo, queste le avevo comprate per il matrimonio, le ho risuolate diverse volte ma erano ancora buone!”-
Bastiana e le sorelle Catta escono fuori ridendo e motteggiando zio Casgiu. Al chiasso si affacciano le vicinanti che mancano all'appello -” Che succede? Avete già preparato l'impasto?...e questo ridere stupido? Ora arriviamo anche noi!”- “ Fate con comodo!”- Risponde Bastiana -” ho l'impressione che oggi le cose andranno per le lunghe!”-
Spinte dalla curiosità arrivano insieme, Toa con il marito Giuanni, che è già vestito per andare all'orto al taglio dei carciofi. Le figlie, Lisandrina e Lella salgono sulla strada che fiancheggia la collina, rientrando di corsa dopo aver accompagnati a scuola i bambini del vicinato. Arriva anche zio Mannu, il più anziano di tutti. Il vecchio, rispettato dal gruppo per diritto di anzianità, chiede l'attenzione e parla - “ Il nostro è un buon vicinato, è nominato per l'amore che unisce da sempre le nostre famiglie!”- Nel silenzio che si è creato, chiama Bastiana -” Figliola, vai a casa mia, prendi quella bottiglietta nera che c' è dentro la credenza buona e portamela...attenta che non ti cada dalle mani!”-
Uscita Bastiana, zio Mannu chiede agli uomini, con tono che non ammette repliche, di liberare i piedi di zio Casgiu e di lavarglieli bene, in modo ch' egli possa spennellare sopra “l'unguento” di erbe, la cui ricetta è tramandata, nella sua famiglia, da padre in figlio.
Nell'udire che si apprestano a lavargli i piedi, zio Casgiu urla - “ Non mi lavate i piedi, il mio comandante non vuole, io ho sempre seguito i suoi consigli e non mi sono mai ammalato, neanche un raffreddore, mai, mai!!” - Gli uomini mettono sul fuoco un calderone con l'acqua, poi con un trattamento speciale, spazzola, sapone e varechina, lavano i piedi. Zio Casgiu è triste, ha perduto la dignità di “soldato decorato di guerra”. Dopo avere spennellato i piedi con l'unguento, zio Mannu parla nell'orecchio di zio Minniu. L'uomo si avvicina a zio Casgiu con in mano un paio di scarpe usate ma ancora buone. - “ Compà, da vicinante che vi vuole bene, accettate questa scarpe mie, come se fossimo fratelli, compà !”- Zio Casgiu emozionato - “ Mi abituerò a portarle compà, e sarà un sacrificio perchè le mie scarpe entravano nei piedi facilmente!” - Alzatosi in piedi le prova. - “ ho la sensazione che mi stiano un po' grandi di punta, ma... vuol dire che metterò della carta nel vuoto della punta.
Zio Mannu per alleggerire la situazione - “ ma allora questi dolci li facciamo o no? “ - Zia mia richiama l'attenzione di tutti, battendo le mani come fa con le galline che starnazzano davanti la porta di casa. Poi, consegnato agli uomini un cesto con del pane, formaggio e qualche bottiglia di vino con uno “- sciò, sciò!” li manda a preparare il fuoco. Rimaste sole, le donne, si dividono gli incarichi. Solo le anziane impastano, le altre leggono le ricette, pesano e porgono gli ingredienti alle anziane. Abili mani si muovono attente alla consegna. Bastiana per spezzare il silenzio - “ gente mia, oggi che giorno è?” -chiede
Margherita, facendosi il segno della croce - “ Oggi è il giorno tredici del mese di Natale, Santa Lucia..ogni giorno un passo di gallina! “- Anche le altre donne fanno il segno della croce. - “ E' vero - !” Aggiunge Mannena - “ oggi è il giorno più corto dell'anno !”-
-” Eh si!”- Dice Toa - “ e da Santa Lucia a Natale ogni giorno è un passo di gallo, perchè i giorni s'allungano!!”-
- “ Cuccurudduuu!”- Si sente Giovanni da dietro le loro spalle. Le donne ridono. Toa, portandosi la mano al cuore - “ oia, che spavento!”- L'uomo malizioso - “ ma dai che non è vero che ti fa tanta paura il gallo!”- Poi preso un fiasco di vino, scappa fuori prima che la moglie gli tiri dietro il mattarello con il quale sta spianando un pezzo d'impasto. Tra una chiacchierata, uno scherzo ed una risata inizia il viaggio delle teglie verso e dal forno. Gli uomini con una pala poggiano la teglia sulla pietra calda, qualche secondo e la tolgono. La prima teglia ritorna indietro calda e profumata, è il momento dell'assaggio.
-” Come sono buoni!”- Si scambiano i complimenti, guardandosi con amore e con quella punta d'orgoglio che unisce il vicinato. Lisandrina, per la gioia, prende una bottiglia di anice -” Dai, ora che non ci sono gli uomini ci beviamo un anicino, intanto c'è tempo prima che terminiamo il lavoro, oi,oi..dobbiamo rinforzarci!”- Martina ridendo, va a controllare la porta chè non si avvicini qualcuno degli uomini. Riempiti i calici bevono, ridono, s'abbracciano infarinandosi come può accadere solo in un vicinato dove ci si vuole bene. Toa, battendo le mani, ricompone i gruppi per riprendere il lavoro.
-” Su, su ragazze mie, poche chiacchiere! Il nostro vicinato è il migliore del paese, siamo tutti comari e compari e rispettiamo la Fede che abbiamo scambiato saltando il fuoco nella notte della festa di San Giovanni!”-
Zia Martina, asciugandosi una lacrima con un angolo del grembiule - “ è veramente una verità, come ci vogliamo bene, mai un bisticcio né una discordia, noi siamo sincere comari di fuoco!”
Toa, la furba del gruppo, ridacchia ricordando i dispetti, le parole pungenti che si ricambiano le comari.
- “ Eppure si vogliono bene, al momento giusto sanno fermarsi e riequilibrare tutto perchè non si disperda l'affetto del vicinato!” -Pensa. Sono circa le tredici, le teglie entrano ed escono dal forno come cosa meravigliosa. I canestri fioriscono di dolci. Lisandrina, tolto il grembiule, si reca alla scuola per ritirare i bambini. Zio Peppi, con il volto rosso come il peperone, un po' per il calore del forno, un altro po' per il vino bevuto a piccoli bicchieri, l'uno appresso all'altro, si affaccia dietro la porta - “ Venite alla casetta del forno, abbiamo arrostito salsiccia e bistecchine di maiale, così potete mangiare un boccone e dopo continuerete il lavoro.
Gli risponde Minnia - “ Compà, verremo a gruppi perchè abbiamo impastato gli amaretti che sono molto delicati!”-
-” Comà, fatte come desiderate, noi abbiamo già mangiato!” -
- “ e anche bevuto, compà, siete rosso come il fuoco!”-
-” eh,eh, già vi starete zitta!”- Si allontana borbottando l'uomo.
Le donne accordano i gruppi per recarsi a mangiare. Mattia è nel primo. La giovane è leggermente stanca. Nella casetta del forno Barori prepara per la figlia una poltrona vecchia accanto al camino. Gli altri uomini fanno a gara nel servirla perchè stia comoda. In lei cresce la gemma nuova del vicinato.
Arrivano i bambini dalla scuola, si sentono correre e parlare.
Marieddu entra per primo -” Sono pronti i dolci?”- chiede sorridendo con la faccia rossa come una ciliegia per l'aria fredda di Dicembre.
Zia Mia, con volto triste - “ Non sono pronti, gli dobbiamo mettere sopra la glassa!”-
-” Quando lo farete?”- Chiede il ragazzino deluso.
-” Domani, bambino mio!”-
Per un attimo, il bambino è triste, poi con gli occhi che brillano - “ Zia Mì, guarda che a me i dolci piacciono anche senza la glassa!”-
Zia Mia, aprendo le braccia -” Bambini entrate!”- Tutti l'abbracciano ridendo per lo scherzo. La donna li accompagna in una camera, dove ha già preparato un tavolino con i piatti, il pranzo ed un canestro di
dolci, per loro.
- “ Prima pranzate, poi fatte i compiti e sgranocchiate i dolci. State buoni, non litigate altrimenti l'almanacco promette male per il regalo di Gesù Bambino!”-
Marieddu -” State tranquilla zia Mia saremo bravi figlioli!”-
La donna li bacia come se fossero i suoi figli - “ Buon appetito, bambini miei!”-
E' emozionata. Si asciuga una lacrima pensando a quanta gioia danno i bambini, anche se non sono i propri, agli anziani arrivati all'Inverno della loro vita.
Il pomeriggio scorre e prima che scenda il buio le donne hanno terminato. Sopra i letti della camera degli ospiti di zia Mia, canestri, protetti da teli bianchi, spandono profumo di dolci, di festa del Natale, di amore.
Le massaie si complimentano l'una con l'altra. - “ Quando il vicinato nostro si propone di fare qualcosa non lo supera nessuno!” - Dice zia Mia soddisfatta. - “ Lo credo anch' io!” - Risponde zia Maddalena.
- “ A domani comari mie, così prepareremo la glassa e poi resteranno da preparare solo gli gnocchi!” -
Saluta Toa.
- “ Allora buona notte a tutti e a domani, Dio volendo!”
Scende la sera. Dalla strada si sentono arrivare i carri trascinati dai buoi, gli uomini che rientrano dalla campagna o dal pascolo. I loro passi stanchi si perdono nel suono della campana che annuncia il vespro. La luna s'affaccia da dietro la montagna.
Pulighitteddu, muovendo la coda, va incontro a Mattia, Paolo gli sta dietro. Alla giovane brillano gli occhi di serenità. Il cane le fa festa saltellandole intorno, lei prende la mano che le tende il marito. Tra loro non è necessario parlare, anche perchè da dietro le loro spalle, sentono colpetti di tosse. Andreana, Barori, Maddalena e Minniu li avvertono che il vicinato è una bella famiglia però osserva, ascolta e chiacchiera.