La fantasia e il tempo viaggiano insieme mescolando i colori

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04 dicembre, 2016

Attimi....Il Natale quando arriva, arriva...



La tele è accesa, prendo al volo un film che sta per cominciare e mi rilasso. Il tempo di leggere il titolo, il nome degli attori del “cast” e ...ed un'assordante pubblicità s'inserisce. Prendo il telecomando per fare zapping. Come da previsione, per cinque minuti su tutti i canali vi è la stessa pubblicità
E' tutta sul Natale.
Guardo ed ascolto con attenzione perchè sono curiosa di scoprire quale messaggio sul Natale un bambino può cogliere da tutte quelle immagini, canti, musiche fortemente e volutamente accattivanti. Voglio capire quanto del “messaggio” originale viene trasmesso dalla tele, la scatola magica che fa da baby-sitter, e a volte, molto spesso, sostituisce mamma e papà per diverse ore al giorno.
Il prodotto che maggiormente indica la festa del Natale è il panettone.
Il Natale è un'insieme di panettoni buoni...e festa sarà perchè consumando dei buoni panettoni si è tutti più buoni!!!
Mi sorge spontaneo un dubbio...ma Natale è la festa della bontà dei panettoni o dobbiamo essere tutti buoni e appetibili come i panettoni?
Ecco, c'è un Babbo Natale che invita a comprare prodotti che renderanno più bella la festa...Ma che si festeggia?
Lo scenario cambia. E, sarà Natale se si brinderà con bottiglie di spumante, avvolte, per l'occasione, in carta lucida, rossa, dorata.
Sotto un albero di Natale adornato di luminarie, luccicano pacchetti regalo tra i quali profumi che risvegliano assopiti sensi, decantati da una voce roca che sfuma nella fantasia.
Famiglie felici, papà e mamme sorridenti, deliziosi bimbi con in braccio il cagnolino vestito a renna chiedono – ma oggi è Natale?-
Rispondono dolcemente – nooo, ancora no!
Dalla lontana Pasqua arrivano, perfino, trenini di ovetti di cioccolato...tutto invita comprare, comprare, spendere, spendere
Perchè a Natale bisogna essere felici.....perchè Natale quando arriva arriva.
Ma chi è questo Natale? Perchè tanta festa? Quando arriva poi rimarrà per sempre gioioso nelle case o sparirà e tutti riprenderanno a correre nervosamente...- dai sbrigati che arrivi tardi a scuola!- mangia la zuppa!- se non ti sbrighi ti arriva uno sculaccione-.
Papà non trova i calzini nel cassetto e baruffa con la mamma che mi trascina con una mano perchè siamo in ritardo, con l'altra s'infila il cappotto e intanto tiene tra i denti la cartella con il lavoro per l'ufficio..
Natale dev'essere qualcuno veramente importante ... rende tutti felici e buoni.
Spengo la tele e cerco nella memoria i miei Natali di bambina.
Non c'era la televisione.
Tutto l'anno aspettavamo il Natale, perchè sarebbe nato Gesù Bambino.
Il figlio di Dio, bambino come noi!!!!
Egli la notte tra il 24 ed il 25 Dicembre avrebbe portato dei doni ai bimbi buoni.
Essere buoni, per noi bambini, era un impegno costante tutto l'anno ma a Dicembre ci mettevamo più impegno perchè Gesù si fermasse accanto al lettino e dopo averci accarezzati ci lasciasse un regalino.
Qualche giocattolino ma, soprattutto, capi di vestiario.
Le scarpette nuove o il cappottino, un vestitino da indossare e mostrare ai compagni alla Messa del giorno di Natale, quella celebrata per i bambini.
La settimana che precedeva il Natale le mamme preparavano i dolci.
All'uscita dalla scuola si correva a casa, passando per le vie che profumavano di biscotti, pirichiti, papassini ...ed era già il profumo del Natale.
Ad ogni consegna della mamma ubbidivamo immediatamente, senza farle ripetere la richiesta due volte.
Così si facevano velocemente i compiti, non si litigava tra fratelli, non si faceva la spia, non si dicevano parolacce e alla sera, buoni, buoni ci si lavava e andava a letto. Anche la mamma era più serena.
Il 23 Dicembre avevano inizio le vacanze natalizie.
Tutto il giorno ad eseguire i compiti per le vacanze intanto che la mamma riordinava e tirava a lucido la casa.
La mattina del 24 iniziava la festa.
La mamma tirava giù, da sopra l'armadio, lo scatolone con le statuine di gesso del presepe.
Dal cortile si portava, in un angolo della sala, la cesta con il muschio che il babbo aveva raccolto durante le uscite nel bosco a caccia di lepri e selvaggina.
Per terra mettevamo del cartone, con le buste del pane fatte di robusta “cartastraccia” preparavamo le montagne, dopo averle appallottolate.
I rimanenti spazi si coprivano con il muschio, con la farina si segnavano i sentieri sterrati che avrebbero condotto verso la capanna della natività.
La capanna. Sento ancora l'emozione di allora, quando porgevamo legnetti, cortecce di sughero, e paglia per costruirla.
Poi ogni bambino, a turno, metteva le statuine spiegando la motivazione della scelta fatta.
Giuseppe e Maria avevano il posto obbligatorio accanto alla culletta di paglia in attesa del Bimbo Gesù che, il babbo sistemava al tocco della mezzanotte quando, cacciato il sonno invadente, si cantava “Tu scendi dalle stelle...”
Alle loro spalle il bue e l'asinello e poi sparsi i pastori le pecore , il contadino, il cacciatore...Con lo specchio si faceva il laghetto per le papere, e con la carta velina rossa si “accendevano” i fuochi. Accanto alle montagne, casette di cartoncino formavano il paese prescelto da Dio, Betlemme. Accanto alle casette si sistemavano i laboratori dei mestieri, il fabbro, il calzolaio...Più si riempiva il presepe più ci luccicavano gli occhi, nel cuore la gioia e tutt'intorno l'amore del Natale fermentato dai canti e dalle preghiere che mamma c' insegnava.









26 novembre, 2016

Poesia...my way

https://youtu.be/d1yfX6VnrSU


Sulle note di “my way”
concerto per violini

Poesia

A MODO MIO...

Nubi grigie
gravano minacciose
sul muro del silenzio
ove il riso e il pianto
si perdono
alle spalle del vissuto
tra i viali del labirinto
nel segreto limbo
dove
la speranza
si spezzò le ali.
In lontananza
vibrano
note di violini
“my way”...a modo mio
Dall'anima
colta di sorpresa
sale
il profumo intenso
di sfioriti ieri,
di vuoti
mai colmati,
di attimi perduti
tra sbiaditi sipari
di scene fisse,
mute
di parole mai dette.
“A modo mio, a modo mio!”
ondeggiano nell'aria i violini,
dal mio cielo
si allontanano le nubi
risorge la speranza
perchè
a modo mio
ho amato
ho riso
e ho pianto
ho avuto soddisfazioni
sconfitte
ma
per scelte fatte
come pensavo io!









06 novembre, 2016

Filastrocca per Lucrezia

Per Lucrezia

un passerotto, dalla Sardegna
arriva infreddolito a Milano
in tempo per il compleanno
di una bimba che è una delizia
la nostra nipotina Lucrezia,
Con il becco bussa alla vetrata
per posarsi
sul ditino della festeggiata
e, svolazzando
alla bimba attorno
cinguetta gli auguri
della nonna e del nonno
Sul ramo insonnolito,
di un albero nel giardino,
ascolta, attento, un cardellino,
prontamente
raccoglie il fiato
per radunare
tutti gli animaletti del prato
e dirigere con dovizia
un coretto per Lucrezia.
Arrivano insieme,
di tutta fretta,
la cicala, la formica,
una farfalla con la trombetta
il grillo canterino,
una talpa e un topolino.
Incuriositi,
anche i fiori dei prati
spalancano i petali brinati,
sorridono lieti al sole
formando un arcobaleno
di mille ed un colore.
Si svegliano pure
gli gnomi e le fatine
e con curiosità
ascoltano i loro amici
che scaldano le voci
con dei “do-re-mi-sol-fa”
chiedono
“ ma che bello! che preparate
con tanta delizia?”
Tutti in coro:
“non lo sapete?
Oggi compie sei anni Lucrezia!”
“corriamo sorelle
ad indossare i vestiti
scintillanti di stelle!”

Finalmente sono pronti.
In mezzo al coro
anche il sardo passerottino,
attento ai comandi
del maestro Canarino
che,
fatto un inchino,
batte tre colpi di bacchetta
e leggero come piumetta
un coro canta
con tenera grazia:
“ tanti auguri a te!
Tanti auguri a te!
Buon compleanno
Lucrezia
tanti auguri a te!”

“Evviva Lucrezia!
Nonna Tetta e nonno Antonio






19 settembre, 2016

Poesia...anima silente

Anima silente

Il silenzio dell'anima
è un grido.
Un grido
solitario
nudo
muto
tra ignava folla
Come boomerang
ti si ritorce contro
e ancora
e ancora
e fa male
un male silente
di gemito muto
che si appartiene
che ti appartiene
anima silente








08 settembre, 2016

Racconto Un amore spezzato

Un amore spezzato
Tea si svegliò di soprassalto. I primi raggi di sole sollevandosi da dietro la montagna ne arrossavano la cresta.
La donna guardò la radio-sveglia. Aveva dormito solamente un paio d'ore poi era crollata sotto il peso di pensieri e ricordi che l'avevano tenuta a lungo sveglia.
Come fiume che, dopo aver superato mille ostacoli, scorre serenamente nella valle verso la foce, ora anche i ricordi di Tea, liberi da catene, scorrevano davanti ai suoi occhi.
Erano trascorsi due anni da quando la donna, non più giovanissima, aveva abbandonato l'amore di tutta una vita. Con un taglio deciso gli aveva voltato le spalle senza una parole, una spiegazione, un saluto,
Invano aveva cercato di scordarlo, di cancellarlo dalla mente, dal cuore..ma lui era sempre presente in ogni attimo del giorno e alla sera, calate le palpebre lo vedeva svanire nella nebbia del sonno.
Chiuse gli occhi, per udire la sua voce solleticarle le orecchie con bisbigli sensuali, le narici fremere al ricordo del suo profumo, così particolare, forte, intenso che sapeva di alghe e di macchia mediterranea. Il respiro, a volte, leggero come zeffiro altre intenso come maestrale arrivava alla donna come zaffate di onde delicate, tenere, lievi o forti e possenti a cui si abbandonava in un desiderato vortice di giochi sempre più intriganti e appaganti.
Infine la donna, si abbandonava tra le sue braccia, lo sguardo perduto all'orizzonte dell'azzurro degli occhi del suo amore.... ed era la pace, la pace in cui ritrovava se stessa.
Il loro fu un amore a prima vista.
Si conoscevano sin da bambini.
Tea, esile, timida, lo aveva incontrato un'estate. Lui scherzava sorrideva e nel sorriso rifletteva il sole che si rispecchiava in lui
Grida e schiamazzi si spandevano allegramente nell'aria, quasi, ad incoraggiare Tea a tuffarsi nel gioco.
La bambina si avvicinò lentamente, lui le accarezzò le manine e la portò tra gli altri bambini.
Lei lanciava la palla, lui la coglieva con un tonfo e gliela rimandava sui piedini. Finchè presero confidenza.
Saltellavano insieme, ridevano nel fare le capriole. A volte lui era dispettoso. Faceva lo sgambetto e lei cadeva. Rialzatasi, una lacrimante Tea, ritornava dalla sua mamma gridando – sei monello non ti voglio più-
Altre volte distruggeva i lavoretti che Tea pazientemente costruiva.
Ma poi facevano pace,
A lui confidava ogni suo più intimo pensiero, immersa nell'immensità del suo amore ritrovava quiete per il suo “essere”
Gli anni trascorsero in un baleno.
Poi, un giorno, come lampo a ciel sereno, una notizia devastante.
Tea era ammalata. Ammalata di un morbo che lentamente, inesorabilmente , avrebbe decretato la sua fine.
Impedita nei movimenti, non poteva guidare la sua macchina. Imprigionata tra le pareti domestiche iniziò un percorso di vita nuovo, lontano da tutti e dal suo amore.
Dopo due anni la voglia di lui, di rivederlo, di sentirne il profumo, di toccarlo con le mani la prese in una noiosa giornata di metà Settembre.
Telefonò ad un'amica, alla quale aveva raccontato tutto e le chiese di ricondurla, per breve tempo dal suo amore.
Salita sulla macchina di Patrizia, tremava per l'emozione.
Dopo pochi chilometri Tea cominciò a percepire quel profumo mai scordato. Chiuse gli occhi
Il cuore batteva forte nel petto
- ancora qualche minuto e t'incontrerò”
Dietro una curva lo vide.
Era sempre bello, era il suo amore...il suo mare.
Scesa dalla macchina attraversò la macchia mediterranea che precedeva la spiaggia, dove orme di gabbiani avevano cancellato ogni traccia umana.
Arrivò alla battigia e a piedi scalzi si avvicinò.
Ad occhi chiusi attese che l'onda lambisse i suoi piedi.
Una folata di vento le bagnò il viso di gocce salate e fu ancora amore.


.











03 settembre, 2016

Poesia il "non sense" della vita



Attendere l'alba
di un nuovo giorno
e poi il tramonto
e un'altra notte
e poi un'altra alba ancora.,
e ancora
Nell'attesa,
un silenzio assordante
scandisce
attimi,
minuti,
ore
che scorrono
eguali
nel grigior del nulla.
E tu!
Che proteggevi
l'essenza del mio "io”
tu
plasmato dalle mie mani
intrise di giovinezza,
forgiato d'amore
spennellato dei miei sogni,
d'attese impreziosito.
Or
spento
involucro
giaci,
invisibile nullità
sepolto tra le fronde

d'un salice piangente.







30 agosto, 2016

Racconto...amici miei

Gli amici del bar


Con una tazzina di caffè in mano, Paolo, guarda fuori della finestra.
La città si sveglia. Nel palazzo si odono i passi più mattinieri muoversi ancora sonnolenti, gli sciacquoni dal bagno, l'odore del caffè ... tutto ripetitivo persino l'ambulanza che passa fendendo l'aria con il suo allarme spietato.
L'uomo, una sessantina d'anni ben portati, ha un fisico d'atleta, asciutto costantemente allenato onde evitare anestetiche “bordure o maniglie”. In città lo chiamano “mister” sia i giovani che ha allenato rinnovando, per diverse generazioni, la locale squadra giovanile di calcio, sia i loro genitori e quanti lo conoscono.
Guarda il fondo della tazzina, rotea l'ultimo goccio di caffè per sciogliere quel po' di zucchero che è tenacemente attaccato al suo esistere e lo butta giù amaro.
Come amaro è stato il suo risveglio, anzi lo è ogni mattina da quando si è separato dalla sua compagna.
Non le manca la compagna ma la compagnia.
La solitudine lo assale nei momenti più legati alla quotidiana intimità nelle pareti domestiche.
Apparecchiare il tavolo con mezza tovaglia, pasteggiare in solitudine. Il momento veramente critico è quando cala la bruma della sera.
Per capire quel che gli manca deve fare un bel viaggio a ritroso nel tempo. All'inizio della relazione con la sua compagna.
Solo adesso coglie il calore di quei piccoli gesti che allora facevano da corollario ad altri che corrispondevano meglio al loro sfogo passionale.
Un bacio fugace prima di recarsi al lavoro, il dito che accarezza le labbra, la mano che ti sfiora casualmente, lo sguardo complice...
Si volta di scatto. Sciacqua la tazzina, ritira la mezza tovaglia. Un' ultima visita al bagno e poi davanti allo specchio, di fronte a se stesso : - dai sorridi...di più...ancora di più..ancora un pochino!- il sorriso appare insieme al volto dei suoi amici che lo attendono al bar per il solito “cazzeggiare” mattiniero.
Sono un gruppo ben affiatato. Tutti pensionati, si conoscono da sempre e trascorrono il mattino a parlare e scherzare di quando il “giovin guerriero” andava di spada e non di parole. Ogni tanto uno muore e ci si incontra con sincera tristezza al funerale.
Paolo, caccia i pensieri malinconici – dai Paolo che sei il più giovane!- ripete quasi ad incoraggiarsi. Con una mano prende le bollette da pagare, perchè pensa di passare prima alla posta, con l'altra raccoglie il borsello, il mazzo delle chiavi, esce fuori e con una rotazione del piede “sbam” chiude il portoncino del suo appartamento lasciando dentro le sue malinconie
Sta per scendere le scale ma si blocca. Ha tra le mani il mazzo delle chiavi, preso d'angoscia, le tasta bene
- Cazzzzz! Non sono quelle giuste!
Poggia tutto sul pianerottolo
- che testa di cazzz...e adesso come faccio?
Seduto sul gradino si ripete
- calma, ragioniamo...la porta è chiusa ma...i tre passanti, poiché non ho dato tre giri di chiave, sono al loro posto, “onderagionpercui devo trovare il sistema per smuovere l'unico “dentello” che trattiene la porta chiusa e che ha una sagoma che termina di sbieco”
- Eureka!!-
grida saltellando di gioia.
Adesso si tratta di trovare “qualcosa” di flessibile, sottile e abbastanza resistente da infilare tra le due metà della porta, cercare la parte di sbieco del dentello e farlo ritrarre.
“sarà un'impresa” sospira l'uomo portandosi le mani alla testa pelata per lisciare e dare forma reale ai pensieri visto che non ha capelli.
- Una lastra, mi occorre una lastra... e dai che sei forte!!!- S'incoraggia
Preso il cellulare cerca nella rubrica il contatto con Giam.
Chi è Giam?
L'amico di sempre, quello che è presente quando lo cerchi, che ...se l'amicizia è stare come il culo con la camicia , ecco questo è il caso.
- Pronto!?...che ti succede così, all'improvviso, prima che il gallo canti?- risponde Giam dall'altra parte
- scusa, dormivi ancora?-
- no sono in giro con il cane e aspetto che...eccolo ci siamo...catta e quanta ne fa???-
- Senti Giam, in questo momento, non m'interessa essere informato su questo dettaglio, ho una urgenza....-
- Anche tu? Catta ca'!!!- risponde Giam, con quel tono di voce scherzoso a doppio e triplo senso tipico del loro interloquire
Paolo sorride – Giam mi occorre una lastra?-
- di marmo o di granito, con fioriera, lampada e foto...ecco per la foto occorrerebbe la tua presenza perchè vi sono varie...-
- Giammm!” lo interrompe un disperato Paolo. In altre occasioni quel dialogo “non sense” sarebbe continuato lungo il percorso fino al bar concludendosi con una “pacca” sulla spalla ed una sana risata.
- Giam...sono seduto sul primo gradino della scala, chiuso fuori l'appartamento!!!-
- Autolesionismo o autogoal?-
- Ecco, bravo...mi sono chiuso fuori!!! ...-
- uhummm, quindi la lastra ti serve per scolpire un ariete e buttare giù la porta...-
- Giam, mi occorre una lastra da radiografia ...- e finalmente spiega la sua idea per risolvere il problema.
Qualche minuto e Giam è lì. Con una busta gialla davanti al viso finge di nascondere un' ironica risata.
- Dai qua!- Ride Paolo.
I due iniziano le manovre per infilare la lastra nel punto esatto dove sta il dentello, soprattutto la parte di sbieco.
Sembrava facile!!!!
- no, lì non va bene! Mettila più giù!-
-Noo! Non è la posizione giusta, vai calmo!-
- Ecco adesso ci siamo, dai spingi, spingi piano, piano...adesso più forte, tutto a dritta !!!...non fa, prova tu!-
- Dai spostati che provo io, tu spingi quando te lo chiedo -
- Ecco ci siamo, dai, dai...un po' di vasellina ci avrebbe aiutato -
- Pensa a spingere, dai che ci siamo, spingi, spingi!-
La porta si apre.
- Finalmente!!- sfiatano con un lungo sospiro di sollievo i due.
– Sporcaccioni! Spudorati...froci...e chi l'avrebbe mai detto? -
Sbotta indignato l'inquilino del piano-terra che ritorna dentro sbattendo la porta. Ha fretta, fretta di raggiungere il cellulare e trasmettere la notizia prima che qualche altro gli tolga l'appannaggio d'esser stato il primo a sapere. - Si, li ho sentiti e visti io con i miei occhi !! -
aggiunge per rendere più credibile “l'avvenimento” che per un po' lo terrà al centro dell'attenzione morbosa del pettegolezzo
Paolo e Giam ridono -
Paolo preso il mazzo delle chiavi “giusto”, poggia la porta per chiuderla. Quando sta per accostarla si blocca per prendere a spallate e calci qualcosa d'invisibile che da dentro spinge per uscire fuori .
Giam lo osserva perplesso – Che fai? -
- Non stare fisso come un baccalà a pormi stupide domande....dammi una mano!!! -
Lo richiama, con voce strozzata dallo sforzo, Paolo
- A far che?-
- aiutami a chiudere dentro la malinconia!!!-
- Pronto...bastava dirlo, no?!-
A spintonata ricacciano dentro la malinconia.
Sono esausti.
Poggiate le spalle al muro, asciugano il sudore dalla fronte.
La lastra, colma di ferite, agonizza per terra
- Ehi Giam! che lastra era quella?-
- Non lo so...ho preso la prima che ho trovato!-
La raccolgono insieme e sollevatala
Giam : - Ma questa è la lastra della mia prostata!!!-
Paolo : – mi dispiace ho sgualcito la cravatta...però il nodo era già compromesso!!!-
Ridendo escono per andare al bar.













29 agosto, 2016

poesia....Sssss...silenzio!!!


Sssssss....tacete
Ssssss...silenzio
zittite
ascoltate...
Improvviso fragore di tuoni
sembra scrosciare rovina.
- Dio miooo, che succede!!!..-
Mi appresso alla porta
per capire.
E' aperta.
- E' aperta!?-
La porta non c'è
ma nemmeno il muro,
i muri,
la casa,
le case,
la scuola,
la chiesa....
- Dio mio, che incubo!-
Un polverone mi accieca,
un pietoso lamento di morte
mi attira...
- Sssss...non è dal cielo
quel fragore di tuoni!-
E vado,
vado appresso
a quel lamento che è tiepido,
tiepido
come lacrime di sangue
che arrossa l'andare
in mezzo ad una confusione da finimondo!...
- Ma dov'è finito il sole?..
Mamma, babbo!...-
- Sssssssssss
Tesoro mio
ti stiamo accanto,
siamo tutti insieme...
Adesso
rasserenati,
dormi. -
- E' di mamma la ninna-nanna. -






03 agosto, 2016

Racconto...il primo giorno del mese

Racconto
Il primo giorno del mese

Abitare al numero civico successivo a quello dell'ufficio postale è uno spasso o un incubo, dipende dai punti di vista.
La notte che sta a cavallo tra l'ultimo giorno del mese uscente ed il primo del nuovo, il paese si mette in moto prima che il gallo canti.
E' il fatidico giorno delle pensioni.
Ospite vacanziera, a casa di Maria vi è la sorella Anna arrivata dal “Continente” insieme ai suoi figlioli.
Maria dopo cena avverte Anna che dovranno andare a letto presto.
I bambini protestano
- ma perchè zia?- Siamo in vacanza.- sbotta perplesso Fabio
Stasera nella piazzetta ci sarà la “sagra delle salsicce arrosto”
Anche Anna interviene sbigottita- quindici giorni di vacanza e si brucia una serata per dormire?
“Mia cara! Guarda che anche tu dovrai alzarti prestissimo perchè ti sei presa l'incarico-delega di ritirare la pensione di mamma!”
“ e che significa?-
“significa che anche tu dovrai competere per chi arriva primo alla porta dell'ufficio e ritirare per primo i soldi della pensione”
“ e se dovessi andare alle otto, alle undici o rimandare a domani cosa cambia??” chiede sempre più incuriosita Anna
“ nooo, a quale onta sottoporresti la mamma, arrivare tra gli ultimi allo sportello riscossione pensioni, sarebbe come ricevere l'avanzo, la raschiatura del fondo della padella!”
Le due sorelle scoppiano a ridere.
-Non capisco- riflette a voce alta Anna – da noi a Lodi, i vecchietti hanno la pensione accreditata sul conto corrente come previsto dalla normativa-
Maria motteggiando un anziano – io i soldi li voglio subito e in mano mia. Li devo vedere contare, dieci, venti, trenta...e poi gli spiccioli din din din...sul bancone, che me ne faccio di un foglio che mi dice che mi è stata accreditata la pensione, nelle tasche di chi è la mia pensione? E che è questo bancomat? Io non devo chiedere i miei soldi a questo signor bancomat...lui ha tutti i soldi ed io devo dire quanto mi occorre...no...no. ...poi lui conosce il mio nome mentre io lo devo chiamare con dei numeri!!!noooo..si faccia i fatti suoi....i soldi a lui proprio non glieli do...”calca il tono della voce
Le due sorelle ridono fino alle lacrime.
- va bene. Dice Anna – domattina sarò la prima ad arrivare. Ritirerò i soldi della pensione di mamma che profumeranno come il caffè appena aperto dall''involucro che protegge l'aroma della tostatura e glieli porterò esultando ...ecco il trofeo del primato, mamma sono arrivata uno..-
Maria – guarda negli occhi la sorella e con tono di sfida
- non ce la farai mai!-
- come no?-
- Perchè nessuno ha mai battuto Tore detto “ Spedy Gonzales” . Ha lui la palma del primato non è riuscito a levargliela nessuno.-
Ancora risate
- Facciamo così- propone con convinzione Anna
- prometto e dico che domattina arriverò io per prima, scommetto dieci euro!-
- qua la mano sorella!” Accetta Maria- domani vincerò dieci euro.-
Con questo patto le due sorelle si ritirano nelle proprie camere.
Anna quatta, quatta scende nel garage e tira fuori dalla macchina una seggiola da spiaggia e la mette accanto al portone.
- Domattina mi alzerò alle cinque, mi preparerò in silenzio e con la mia seggiola mi posterò davanti l'ufficio postale. Ora che aprano l'ufficio, l'attesa sarà lunga. ma aspetterò comodamente seduta.
Alle cinque si sveglia, una doccia veloce, indossato il vestito, con gli zoccoli in mano per non svegliare i dormienti, scende le scale, prende lo sgabello, apre il portone e...una folata di vento, sugli ottanta orari, la spinge indietro facendola franare col sedere per terra-
Anna si solleva e un “metroeuntappo” di vecchietto, strizzandole un occhio, – Primo!”- grida.
Anna gli si avvicina, senza volgergli uno sguardo, dignitosamente poggia dietro al detentore del primato lo sgabello, sta per sedersi quando sente Maria che affacciata alla finestra la guarda sorniona e ride, vorrebbe farle le boccacce ma un fulmina la sfiora e una vecchietta, sedendosi sul suo sgabello grida- “seconda”-.
Anna fungendo una calma che non ha – Signora mi scusi, lo sgabello è mio!”
“ lo sgabello era vuoto e solo, chi prima arriva prima si siede! Io sono la seconda...magari quando io entrerò in ufficio lei potrà occuparla!-
-Quindi io sarei la terza!
- se si sbriga a sollevare la mano e a dire...”
non riesce a concludere perchè -“ terzo” - grida un vecchietto brandendo in aria una robusta sedia da cucina.
Anna sconvolta, solleva il braccio e con un filo di voce sussurra – quarta- Poi per esser sicura si rivolge ai tre vecchietti che ignorandola stanno già a sparlare iniziando dalle cariche più alte del paese
- scusate, scusate- insiste
- dica signora!-
- Sono la quarta della fila vero?-
- Aspetti che contiamo!...primo compare Tore, seconda comare Lucia, terza comare Giovanna...e si siete la quarta signora – rispondono accavallando le parole della conta
- Grazie siete molto gentili- ironizza Anna
Compare Tore guardandola bene – Signora da dove venite?-
- Da Lodi -
Comare Lucia comodamente seduta, allunga le gambe sul gradino del portone dell'ufficio postale.
- Scusate se mi metto comoda, sapete devo sollevare le gambe per la circolazione del sangue, me lo ha detto il dottore...- poi cambiando tono di voce...- Signora...ma che cosa siete venuta a fare da Lodi?-
Anna – per portare lo sgabello a lei signora -
Maria, dalla finestra, ride – Ricordati che ho vinto dieci euro!!
Intanto i vecchietti, a voce bassa, si chiedono come e dove Anna abbia vinto quei soldi.









30 luglio, 2016

poesia in gallurese con traduzione ...premio menzione d'onore concorso

La teggia di lu riu

In d'un pòiu di riu
è mè disizu abbà
li sulchi di l'àmina
brammìti di friscura.
Pusata nant'a 'na teggia,
ad occi ciusi, mi paldu
i la mimmòria di la mè ciuintura
Sprìnduli di stelli d'oru
bulàani, ill'aria tèbbia, a sirintina.
Prufummàa di pani caldu
lu granu assuliatu,
e lu 'entu giughendi cù li fiori,
di chiss'odori mi pianàa lu cori
La luna scurrendi lu soli
briddàa a cara piena
imprattèndi lu riu cù lu sò splendori.
Pinzellu Divinu pintàa
trìmini d'umbri
di maccioni, di frundi,
e d'animali appagati.
Almunia di soni e culori
cantàa la natura
accultu a lu riu!
Avali
tuttu è muttatu!
Da nant'a la teggia,
non viliggia più la sciumma bianca
di sudori di campagna,
l'ea scurri grigia e in tristura.
La frina a sirintina
làgrimmi di melma umana
sprinduleggia
nant'a la mimmoria
di la mè ciuintura





Sònniu Silenu















Traduzione
La pietra piatta del fiume

In una pozza del fiume
desidero dissetare
i solchi della mia anima
bramosi di frescura.
Seduta sopra una pietra piatta ( usata dalle lavandaie)
ad occhi chiusi mi abbandono
ai ricordi della mia gioventù.
Gocce di stelle d'oro
volavano nell'aria tiepida della sera ( le lucciole)
profumava di pane caldo
il grano assolato
e il vento, giocando con i fiori,
di quei profumi riempiva il mio cuore.
La luna, spostando il sole,
lucente, a pieno viso,
inargentava il fiume del suo splendore.
Pennello Divino vi dipingeva
tremolio d'ombre
di macchia mediterranea, di fronde
e di animali appagati.
Armonia di suoni e colori
era la natura
vicino al fiume.
Ora
tutto è cambiato.
Da sopra la pietra piatta
non veleggia più la schiuma bianca
del sudore della campagna,
scorre l'acqua grigia e triste.
La brina, alla sera,
lacrime di fango umano
piove
sui ricordi
della mia gioventù.







Racconto: il cieco.....Premio cortometraggio Concorso

PREMIO CORTOMETRAGGIO XXXV edizione Concorso Logudoro Ozieri da un racconto di Maria Antonietta Sechi
" Lu zegu" in Coghinese con traduzione
Lu zegu
Un vecciu, tinèndisi a un bàcculu, ingrisputu che iddu , s'arrisetta accultu a un ponti di lignu c'auni li bandi d'un riu, p'allinassi un mamentu.
E' un friscu manzanili di statiali. L'ommu ha la cara silena, allinàta da la passizata ill'argini in mezu a l'odori folti di li macci e da la pazi c'ammanta chissu bìcculu di la natura.
Un ventu, sulendi lizeri, si polta da fattu l'allegra ciarra di femmini, risareddi di cioani e steddi.
Da un cammineddu strintu da muru a siccu, diffatti, che trumma d'agnoni, arrea lu trostu di li laadori.
Lu fiottu capulendi da la pitiracca, passa sutt'a lu ponti, s'arreggi in d'unu spiazzu undi li teggi, passendi da mamma a fiddola, li sò ambàrendi.
Calche mamma c'ha la criatura in brazzu, tustata la colbula cù la roba brutta da nant'a lu cabu, svaga li panni i la petraredda ill'azz' a lu riu. Assintata in drentu una mantaredda, polta la colbula all'umbra d'un maccioni di chessa pa' culcà la criatura a lu friscu beddu, poi d'ailli datu a suggì lu latti.
Li cioani, intantu chi zilcani la ligna minuta pa' abbruncà lu fogu e la più grossa pa' fà fiamma manna, s'incurrini schilzendi a pedi nudi in mezu a l'alba.
Li femmini più manni, azzendini lu fogu i lu spiazzu, undi da tempu è priparatu un sustegnu di petra pà puggià lu caldaroni e scaldì l'ea p'ammuddigà la bugata.
A l'alta banda di lu riu, una cioana pusata nant'a un monti ha in manu una taula und' ha appruntàti muntiggeddi di culori. Cù un pinzellu l'ammiscia pà dà colpi dilicati nant'a una tela bianca und'è pintendi li pappai rui c'allummani lu 'eldi di l'alba tènnara, i la piana accultu a lu riu.
Lu vecciu, una volta pasatu, s' avvia zuppighendi nant'a lu ponti. Rimundina, cussì è ciammata la stedda ch'è pintendi, videndilu in difficultai s'accultiggia – eti bisognu d'aggiutu?- dummanda cun galbu, stirrendi lu bràzzu pà sustegnu.
- grazi bonfiddola!!- rispundi l'ommu cun bozi silena, d'anzianu assapiutu – eu sogu zegu ma vigu più bè di c' ha occi pà vidè -
La stedda incuriusita – scuseti, bonommu! ma cument'è chi viditi meddu di chi po' vidè avveru??-
Lu vecciu, cuntentu d'esse calculatu: – fiddola cara, eu figgiulu tuttu lu ghi m'ingiriggia... cù li sintimenti!-
- Non cumprendu ..Spiagheddivi meddu!-
L'anzianu: - fiddola cara, t'araggiu a fà conti. Eu nò aggiu vistu mai la folma di lu soli ma, lu sò calori mi slalga lu cori di folti sintimenti d'amori. M'ammenta l'amori di mamma, di l'amighi chi non vi sò più, l'amori di la mè femmina. Chistu sintimentu m'è di cunsolu puru da chi lu soli si cala
Rimunda è incantata da la faiddata di lu vecciu:
-ditimi, ditimi ancora- lu prega
- Tandu t'araggiu a fà un altu contu. Avali, pà esèmpiu, noi semmu nant'a un ponti di lignu, sutta scurri lu riu silenu. Accultu pianti e animali vìini cumenti Deu l'ha criati, rispittosi di lu Sò oldini. L'occi mei sò spinti ma l'amminu è attentu a li sintori di la natura chi è un libru abbaltu di ricchesi pa' ca vò imparà. Li soni, l'odori chi muddani a ugna stasgioni, rigalani a lì criaturi lu nizissàriu pa' sustinì la vita chi p'amori Deu ha vulutu. Lu cori meu si slalga d'un sintimentu d'amori chi solu un Babbu Mannu n'ha la simenta. Non sogu più solu, Iddu mi stà accultu, mi cunsola, allevia li mè peni, ed eu bigu a li Sò fonti, mi tecciu di li Sò doni. Siguru è lu mè camminà, mancari ch'i la tarra nò aggia più nisciunu e l'occi mei sò spinti.
Rimundina asculta silinziosa, tulbata, vò sapè di più. Lu vecciu cumprendi e cuntinua a faiddà chena prigallu: – Primma, aggiu intesu lu riu chi, viscendi da la muntagna, brincàa nant'a li rocchi, cuntentu di currì a lu lettu di la mamma, pà strignissi a idda, che criatura appena nata. Cosa vi po' stà di più beddu di lu sintimentu di nascì, di rispirà, di suggì lu latti di la mamma, d'esse fiddolu, fruttu di pegnu d'amori?- Silinziosu, nò ambara risposta.
Lu soli cumenza a scaldì. L'ommu, siguru d'aè dittu abbastanza, appronta lu pedi pà pidà la sò via ma Rimundina ha in cabu middi curiositai. Scusendisi pa' l'infadu, poni un'ultima dummanda chi s'è acciarata da lu cori.
- Diti di me!!-
Iddu ambara silinziosu, poi pàsigu – la curiusitai è femmina...e tu sei una femmina curiosa e attenta. Prufummi di ciuintura e alligria, li tò sonni sò culurati e sunnìggi puru a occi abalti-.
Rimundina è spantata. Lu zegu vidi meddu i lu sò cori che idda lu ghi traspari da li panni bianchi stesi a lu soli. L'ommu si volta da la palti di lu riu undi li laatori attèndini a la bugata:
- sei più fultunata di chisti femmini! iddi ani li mani sulcati da lu campu, da l'ea di lu riu, da li sacrifizi pa' campà. Parò, mancari tu sia nata signora, sei di boncori, umili e ginirosa. T'aggiu cunnota candu m'hai allungatu lu bràzzu... sogu strangnu, anzianu, vistutu che chiritaggiu eppuru ti sei lampadda p'aggiutammi- s'arreggi un mamentu pinsamintosu, poi cun bozi tulbata:
- Li tò pili sò beddi, falani da lu cabu longhi e isciolti. Lu ventu li polta nant'a li tò spaddi che velu di sposa e a me arrea lu prufummu che unda marina. Sei innammurata, palchì, in chistu tamantu paradisu und'abbundani culori, tu hai pintadu solu li papai rui di passioni.-
Rimundina maraigliata:- non vi sò parauli pà la vostra saittài – Poi di pogu
- eu mi dummandu e digu, ma cument'è chi voi intindetti puru lu muimentu di li pili e distinghiti li culori? Non cumprendu
- me fiddola! Sogu zegu ma attentu cun tutti li sensi.- ammenta silenu lu vecciu.
- Li culori prufummani che ugna cosa; lu veldi, pal me, è lu sintimentu chi odora di spiranzia. Asculta abeddu! l'alburi chi di arru pariani molti a Primmaèra torrani a bugà foddi veldi e poi fiori e frutti; lu pasculu s'ammanta d'alba e trummi d'animali si tecciani spaldendi l'odori ill'aria chi arreani a lu mè cori insembi a li vessi di li catteddi appena nati. Tuttu prufumma di rinnuata vita. Ma avali piddemmu lu biancu. Lu biancu, pal me, è la luzi ch'allumma lu camminu dill'ammina chi torra a Deu, lu nieddu è lu dulori di c'ambara. Pa' cambià cuntrastu, lu grogu è lu trigu maturu chi prufumma di pani caldu. Cù un suspiru, lu veggiu s'arreggi e poi:
- Fiddola cara, sogu faiddendi, faiddendi ma tu voi sapè di lu culori chi ti tocca lu cori, lu ruiu, lu culori chi prufumma d'amori.
L'amori di dui innamurati è cumenti una miludia chi nasci silena che lu soli tebiu a Primmaèra, poi cresci, li noti si pesani ill'aria inzindendi li cori di passioni che lu soli di stadiali cù lu pappau in fiori -. Rimundina avviluta: - Eu aggiu l'occi pà vidè ma sogu zega! Non aggiu mai pruatu sintimenti cussì folti. Eu vularìa imparà a vidè lu mundu che voi, cù li sintimenti. Non sogu più sigura mancu di lu mè cori!-
-Stedda mea, poi imparà e a la sola. Ciudì l'occi, smintiga lu chi cunnosci e asculta lu cori!
Dittu chistu, puggendisi a lu bàcculu, torra a lu sò andà.
Rimundina, stracca pa' l'emozioni pruati, si sposta i lu spiazzu di li pappai rui pà stindissi e ripusà lu cabu in cunfusioni. Ciusi l'occi li pari di vidè un'umbra accultiassi. Lu ricunnosci è Giuanni, l'ommu soiu, chi ridendi li fà di manu da subbra lu ponti. Chissu risu prufumma di rumasinu, di maccioni, d'alba, di fiori, di panni bianchi stesi, di steddi giughendi, di criaturi suggenti, di luna, di stelli, di soli e di mari. Tuttu lu chi Deu ha criatu, che fiamma noa, l'allumma lu cori di noi sintimenti. Non l'aia mai pruati cussì abeddu. Lagrimi di cuntintesia sbrinduleggiani dall'occi, chi teni ciusi pà non paldì chiss'incantu di sonnìu.. I l'occi di Giuanni, azurri e prufundi che mari, idda si spiccia ed è una stella d'oru, la luna di pratta la ninna, parauli d'amori l'arreani a l'aricci e sò suspiri chena bozi. Cu lu rispiru l'accarezza ed è l'emozioni di lu riu chi s'acciobba cù lu mari in cunfusioni di dulzi e salinu. Sò sintimenti e disizi noi c'arrreani bulendi cun furria di maistrali
Dui brazzi la strignini. Rimundina s' iscidda da chissu incantu. L'abbrazzu è veru, lu cunnosci è la strinta di Giuanni, puru lu rispiru chi l'accareza muendili li pili è lu sòiu.
-Sogu sunnìendi, l'amori meu è in cuntinenti pa' fà lu militari!- pensa abbàddinata e cunfusa
– isciuddati brenda mea!lu pappau t'ha incantata?- la bozi è la sòia, cussì li labbri chi zilcani li sòi. Ancora incredula abri l'occi e lu vidi e pari chi sia la primma volta....
Da la pitaracca arrea lu trostu straccu di lu gruppu di li laadori chi torra a casa cù li panni chi prufummani di spigula aresta, Lu soli ch'è calendi arruia la fozi undi lu riu, spagliendisi che rammi d'alburi in disizu di fiurimentu, s'acciubba cù lu mari.
TRADUZIONE
Il cieco
Un vecchio, sostenendosi ad un bastone, raggrinzito come lui, si ferma accanto ad un ponte di legno che unisce le due sponde di un fiume, per riposare un attimo.
E' un fresco mattino d'Estate.
L'uomo ha il viso sereno, rilassato dalla passeggiata sull'argine del fiume tra i profumi intensi della macchia mediterranea e della pace che, come un mantello, protegge quell'angolo della natura.
Un leggero soffio di vento trascina con sé un allegro chiacchiericcio di donne, risatine di giovani e bambini. Da una stradina stretta tra muri a secco, infatti, si sentono i passi delle lavandaie che arrivano come un gregge di pecore. Il gruppo, spuntando dalla stradina, passa sotto il ponte per fermarsi in uno spiazzo dove le pietre piatte per lavare i panni, passate da madre in figlia, le attendono. Qualche mamma con in braccio l'ultimo nato, tolta da sopra la testa la cesta con la roba sporca, la svuota adagiando i panni sul pietrisco in riva al fiume. Sistemata dentro la cesta una copertina la porta all'ombra di un arbusto di lentisco per addormentare il piccolino al riparo dal sole, dopo averlo allattato. Intanto, le più giovani, che hanno il compito di raccogliere gli sterpi per accendere il fuoco e i ciocchi di legna spessa per alimentare la fiamma, scherzano rincorrendosi scalzi sull'erba. Le più anziane accendono il fuoco nello spiazzo dove, da tempo, con i sassi è stato costruito un sostegno per poggiare il calderone per scaldare l'acqua e ammorbidire lo sporco dei panni. Sull'altra sponda del fiume, una giovane, seduta sopra un sasso, tiene tra le mani una tavola dove ha preparato montagnette di colori. Con un pennello li mischia per dare delicate pennellate sopra una tela bianca dove dipinge i papaveri rossi che splendono tra il verde dell'erba tenera, in uno spiazzo accanto al fiume. Il vecchio, dopo essersi riposato, sale zoppicando sul ponte. Raimondina, così si chiama la ragazza che sta dipingendo, vede il vecchio in difficoltà e gli si avvicina: - Avete bisogno di aiuto?- chiede, con garbo, tendendogli il braccio.
- Grazie, figliola!- risponde l'uomo con un tono di voce serena, da saggio anziano : - io sono cieco ma vedo meglio di chi ha occhi per vedere!-
La ragazza incuriosita: - scusate brav'uomo! Ma com'è che voi vedete meglio di chi ha la vista?-
Il vecchio contento per l'attenzione della giovane: - Figlia cara! io guardo, tutto ciò che mi sta attorno, con i sentimenti.
- Non capisco, spiegatevi meglio!-
L'anziano:- Figliola, ti racconterò qualcosa. Io non ho mai visto la forma del sole ma il suo calore mi dilata il cuore di forti sentimenti d'amore. Mi ricorda l'amore della mia mamma, degli amici che non ci sono più, l'amore di mia moglie. Questi sentimenti mi consolano anche dopo il calar del sole.
Raimondina è colpita dalle parole del vecchio:- Raccontate, raccontate ancora!- lo invita
- Ragazza mia te ne racconto un'altra. Adesso noi ci troviamo sopra un ponte di legno, sotto scorre tranquillo il fiume. Accanto piante, animali, vivono così come Dio li ha creati, rispettosi del Suo ordine naturale. Gli occhi miei sono spenti ma lo Spirito è attento nel percepire le sensazioni della natura che è un libro aperto, ricco di conoscenze per chi ha voglia di apprendere.
I suoni, gli odori che mutano ad ogni stagione, donano alle Creature tutto ciò che occorre per onorare la vita che Dio stesso ha voluto. Il mio cuore vede e si dilata di un sentimento d'amore che solo Dio Padre sa far nascere. Non mi sento più solo. Egli mi sta accanto, mi consola, allevia le mie pene ed io mi disseto alle sue fonti, mi nutro dei suoi frutti. Sulla mia strada vado sicuro anche se sono solo e i miei occhi sono spenti. Raimondina ascolta silenziosa ed emozionata, ma non è ancora soddisfatta. Il vecchio sembra capire, infatti, prosegue senza che lei lo chieda:- Vedi figlia mia, prima che arrivassi qui ho ascoltato il fiume che, sgorgando dalla montagna , saltellava sopra le rocce, felice di correre nel letto della mamma, per stringersi a lei, come bimbo appena partorito. Che può esserci di più bello del sentimento di nascere, di respirare, di succhiare il latte dal seno materno, d'esser figlio, frutto di una promessa d'amore?- Tace, non attende alcuna risposta.
Il sole comincia a picchiare. L'uomo sicuro di aver detto abbastanza accenna ad andar via ma Raimondina desidera sapere ancora, ha in testa mille curiosità. Scusandosi per il disturbo gli rivolge
un'ultima richiesta che le è sgorgata dal cuore: - Dite, dite di me!-
L'uomo rimane per qualche secondo silenzioso, dopo tranquillo:- la curiosità è donna e tu sei una donna curiosa e attenta. Profumi di gioventù e allegria, i tuoi sogni son colorati e sogni anche ad occhi aperti. Raimondina è meravigliata. Il vecchio vede nel suo cuore meglio di lei che guarda dalla trasparenza dei panni bianchi stesi al sole. L'uomo voltandosi dalla parte del fiume dove le lavandaie attendono al bucato: - Sei più fortunata di queste donne che hanno le mani solcate dal lavoro nei campi, dall'acqua del fiume, dai sacrifici per vivere. Però, nonostante tu sia nata benestante sei di buon cuore, umile e generosa. L'ho capito quando mi hai teso il braccio...sono un estraneo,anziano, vesto come un mendicante, eppure sei venuta incontro per aiutarmi. Tace un attimo pensieroso, dopo con voce emozionata:- I tuoi capelli sono lunghi, slegati e il vento li posa sulle tue spalle come un velo da sposa, a me arriva il loro profumo come onde marine. Sei innamorata perchè, in questo meraviglioso paradiso dove abbondano i colori, tu hai dipinto solo papaveri rossi come la passione. Raimondina meravigliata: - La vostra saggezza mi lascia senza parole- poco dopo: -ma come è che voi cogliette il movimento dei capelli e distinguete il profumo dei colori? Non capisco! - Mia cara figliola! Sono cieco ma attento con tutti gli altri sensi.- ricorda serenamente l'anziano. -I colori odorano come tutte le cose. Il verde, secondo me, ha il profumo della speranza. Ascolta bene! gli alberi che d'inverno sembravano morti a Primavera si riempiono di nuove foglie, fiori e frutti; il pascolo si ricopre d'erba e mandrie di animali si nutrono spandendo nell'aria l'odore dell'erba che arriva fino al mio cuore insieme ai versi dei cuccioli appena nati. Tutto profuma di rinnovata vita.
Il bianco per me, è la luce che illumina la via dell'anima che ritorna a Dio, il nero è il dolore di chi rimane. Per cambiare discorso, il giallo è il grano maturo che profuma di pane caldo-. Il vecchio dopo un sospiro di pausa: - figlia cara io parlo, parlo ma tu vorresti sapere del colore che ti sta a cuore, il rosso, il colore che profuma d'amore. L'amore di due innamorati è come una melodia che nasce serena come il sole tiepido a Primavera, poi va in un crescendo, le note sollevandosi nell'aria accendono i cuori di passione come fa il sole d'estate con i papaveri-. Raimondina avvilita: - Io ho gli occhi per vedere e sono cieca! Non ho mai provato sentimenti così forti, vorrei imparare e osservare il mondo con i sentimenti come voi. Io non sono più sicura nemmeno del mio cuore!-.
- Ragazza mia, puoi imparare ed anche da sola. Chiudi gli occhi, scorda quel che conosci e ascolta il cuore! - Detto questo, poggiandosi al bastone, il vecchio riprende il suo andare. Raimondina stanca per le emozioni vissute si sposta sullo spiazzo tra i papaveri, per riposare un po' e riordinare la confusione nella testa. Chiusi gli occhi ha la percezione di un' ombra che le si avvicina. E' Giovanni, il fidanzato, che sorridendo la saluta, da sopra il ponte, con la mano. Quel sorriso profuma di rosmarino, di macchia mediterranea, di erba, di fiori, di panni bianchi stesi, di bambini che giocano, di neonati che succhiano il latte materno, di luna, di stelle, di sole e di mare. Tutto quel che Dio ha creato, con una nuova luce, le accende il cuore di rinnovati sentimenti. Non li aveva mai provati così intensi. Lacrime di gioia, come gocce di pioggia, scendono dagli occhi che continua a tenere chiusi per non svegliarsi dall'incantesimo. Si specchia negli occhi di Giovanni, azzurri e profondi come il mare, si vede come una stella d'oro, la luna d'argento la culla, parole d'amore arrivano alle sue orecchie, sono sospiri senza voce. Il respiro del suo amore l'accarezza ed è l'emozione del fiume che si unisce con il mare, in confusione di dolce e salato. Sono sentimenti, desideri nuovi che arrivano come furia di maestrale. Due braccia la stringono. Raimondina si sveglia dal sogno. Quell'abbraccio è vero, lo riconosce, così l'abbraccia Giovanni, ma anche il respiro che, accarezzandola muove i capelli è il suo.- Sto sognando, il mio amore è sul continente per prestare il servizio militare!- pensa stordita e confusa.
- Svegliati tesoro mio, il papavero ti ha tramortita?- La voce è di lui, come le labbra che cercano le sue. Ancora incredula solleva le palpebre, lo vede ed è come se fosse la prima volta.
Dalla stradina chiusa tra due muri a secco arriva il rumore del passo stanco del gruppo delle lavandaie che rientra a casa con i panni asciugati che profumano di lavanda selvatica. Il sole che sta tramontando arrossa la foce, dove il fiume dilatandosi come rami d'albero in desio di fioritura si unisce con il mare.




10 giugno, 2016

Attimi: Cassius Clay

Attimi 10 Giugno 2016

Muhammad Alì ovvero Cassius Clay.
La notizia della morte di Cassius Clay mi ha turbata. Chiusa in un' incontenibile tristezza, la sua immagine, come in tremolio d'onda, si culla tra le mie lacrime.
Non mi chiedo perchè soffro così intensamente, non desidero chiedermelo e ancor di meno stare di fronte alla notizia che mi provoca tanto malessere. Cerco di distrarmi. E' inutile.
Eppure, non ho mai seguito Cassius Clay sul ring. Non ho mai considerato il pugilato uno sport poiché non riscontro valori educativi fondamentali: norme di convivenza e/o appartenenza ad un gruppo ed il rispetto dell'altro. Due pugili sul ring stanno di fronte, cercando ciascuno l'attimo giusto per colpire l'altro, così simili a due bestie che si puntano, si osservano intimorendosi a
vicenda prima di azzannarsi per una preda-cibo o per ottenere una posizione rispettabile nel branco oppure, peggio ancora, mi ricordano quelle scene drammatiche, come nel film “Zanna Bianca”, dove i cani sono addestrati ad attaccarsi combattendo all'ultimo sangue, con il solo scopo del divertimento del pubblico che sfoga in quel sanguinario incontro la propria brutale bestialità. Rileggendo le biografie di alcuni pugili del passato mi rendo conto che hanno un denominatore comune: provengono tutti o quasi da un contesto sociale svantaggiato, ove la condizione di povertà di cultura ed economica li ghettizza.
Ricordo che da bambina, in fondo alla via dove abitavo, vi erano delle casette basse, una era particolarmente in condizione di degrado. Era la dimora di una famiglia numerosa e molto povera. Noi, bambini della “zona alta” giocavamo tutti insieme nei cortili ma anche sulla strada, sotto l'occhio vigile delle mamme pronte a sgridare, consolare, pulire con il fazzoletto i nasi che colavano. Quest'ultimo mi dava l'impressione che fosse il vero lavoro delle nostre mamme “ vieni qui a pulire il naso” e via con una strofinata a tutta narice.
I bambini della “zona bassa” giocavano tra loro, liberi e chiassosi, spesso scalzi. I più piccoli, con un solo grembiulone addosso correvano, si arrampicavano su muretti, mostrando il sederino dello stesso colore della pianta del piede. Non v'era alcuno che strofinasse loro il naso; una strisciata di naso sul braccio, un percorso di muco fresco s'incrociava con quello secco, una tirata di naso all'indietro e vai...a giocare.
A volte io andavo alla loro casa con Angelina, la “donna di servizio “ che aiutava mamma, solamente per comprare, a seconda delle stagioni, le lumache di tutte le grandezze, i funghi, oppure ogni tipo “d'erba”: finocchietti selvatici per insaporire il minestrone, la malva per i decotti. Tutto ciò che cresceva spontaneamente nelle campagne. Loro vivevano di quell'introito.
A quattordici anni, il figlio maggiore scelse la strada della boxe. Si allenava duramente e con costanza, come a voler liberare le spalle dalla zavorra della sua condizione. Come si sparse la voce sul suo potenziale da pugile, con un futuro promettente, i ragazzi della zona alta lo avvicinarono.
Lo ascoltavano con attenzione. I lividi sul suo volto alimentavano la loro fantasia. Appena i ragazzi cambiavano argomento lui taceva , si allontanava muovendo i sassi del selciato con dei poderosi calci o sfidava tutti ad un confronto a pugni.
Non ho idea della fine che abbia fatto il giovane, se sia riuscito o meno a realizzare il sogno di volare alto o quanto sia durato il sogno.
Però ho seguito, attraverso i media, la “brillante” carriera di Cassius Clay, apprezzando non il pugile ma “l'uomo “ che vi era dietro;
Muhammad Ali, l'uomo nuovo, libero, un “Io” indomito che combatteva sul ring il suo avversario più terribile: la segregazione razziale.
Muhammad Alì che rifiutò il servizio militare in Vietnam : i Vietcong non mi hanno fatto niente i veri nemici sono qui.
Sono stanca. La concentrazione nel ricercare i perchè la morte di un idolo del pugilato mi abbia rattristata in tal modo, mi ha svuotata.
Lascio la scrivania. Dal terrazzo osservo il tremolio delle fronde del mandorlo...e lì, trovo la risposta.
Tra quelle fronde, nel riverbero del sole rivedo Muhammad Alì che accende la fiaccola delle Olimpiadi di Atlanta.
Trema come le fronde davanti a me. Non è il vento di un primo mattino di Giugno a scuoterlo ma il Parkinson.
Ho capito.
Non è la sua immagine che trema sulle mie lacrime ma sono le mie
lacrime che tremano del suo e del tremore di chi malato di Parkinson

Mietta




28 maggio, 2016

Racconto: Premio prosa Concorso

Prosa: “ Locum tuum usque in sempiternum!?!”

Anna aprì faticosamente gli occhi.
La luce l'accecò.
Riabbassò le palpebre.
“Che strano risveglio!?!” Si preoccupò. Da quando era rimasta sola ogni situazione che non rientrava nelle sue abitudini la mandava in crisi.
Era intorpidita, la testa compressa nella morsa di un'insopportabile, inusuale emicrania.
- “Che mi succede?” -
Le parole ritornarono indietro come l'eco di sassi rotolanti nell'abisso di una grotta profonda: “che..eee...mi.iiii..su..cce.deeeee!”
“boing,boing, boing!!” rimbalzarono, martellandole la testa con ulteriori fitte.
-“ Oddio, come sto male!!”- pensò, sentendo l'ansia arrivare con le sue oscure gramaglie.
“Perchè sto così male? non bevo, non fumo, mangio dietetico, vado a letto presto!”
Altre volte avrebbe riso di quella sua vita monastica, ma non ora.
Frugò, nell' intorpidita mente, in cerca di una motivazione valida che giustificasse il suo malessere. Niente, nella mente il vuoto.
Nonostante i sensi annebbiati, percepì un odore acre penetrare le narici. Non le apparteneva.
“Oddio, non sono a casa mia!” realizzò, urlando
“Che mi succede?.. “ gridò a gran voce procurandosi nuove, doloranti stilettate alla testa.
“Dove sono?” proseguì. Nel silenzio del vuoto, mentre annaspava in cerca di un' appiglio, crampi s'impadronirono dello stomaco.
Provò a sollevare le mani.
Non riuscì a muoverle, erano fredde, rigide. Formavano un blocco unico con dei tubi di metallo a cui erano aggrappate. Tutto il corpo percepiva i tubi. -“Sicuramente sono le sponde dello stretto giaciglio dove mi trovo” - Concluse animando di paurosi presagi, i mille dubbi che giostravano nella mente già provata.
-“Oddiooooooooooooo! non sono a casa mia, non sono nel mio letto!...dove sonooo?”- esplose.
Pianse senza controllo, accavallando singhiozzi ad urla.
Sfinita si arrese.
-“Non serve a niente”- Pensò incoraggiandosi.
-“ calmati!.. si,si.. calmati Anna!” - disse a se stessa. -“ Si,si! se starò calma farò mente e sicuramente troverò le risposte ai miei perchè!”- Qualche attimo e.. - “ un incubo!..ecco sto dentro un incubo...tra un po' il letto oscillerà ed io cadrò urlando nel vuoto!...si,si...è così e non sarebbe la prima volta!..devo svegliarmi!” - decise.
Provò a sollevare una gamba, era rigida, pesante come granito e così l'altra. - “Bastaaaaaa, qualcuno mi svegliiiiii!”-
L'urlo le si strozzò in gola
Il giaciglio cominciò ad ondeggiare come barca colta di sorpresa dal maestrale. Le orecchie pulsarono sotto un vortice di venti impazziti.
Anna, per non cadere, si aggrappò maggiormente alle sponde...
-“Che mi succede, dove sono? Come son finita dentro questa bufera?”- gridò istericamente.
-“chi mi ha portata in questo inferno? c'è qualcuno con me? mi avete sequestrata? drogata? dove mi state portando?”- Strillò, tra rinnovati singhiozzi.
-“ Per pietà, sono un'impiegata, non possiedo nulla, avete sbagliato persona...!”- sfiatò tutte le possibili ipotesi suggerite dalle conoscenze apprese dai suoi amati telefim polizieschi.
Non ricevette risposta.
Era sicura di non esser sola, di trovarsi sopra un mezzo di trasporto. Dal beccheggio del mezzo, suppose essere una barca.
L'avvinse un pianto isterico dove alternava suppliche pietose a maledizioni per i presunti sequestratori
Le immagini dei suoi cari genitori morti sfumavano nella mente stanca, dolorante.
Udì il suono di una sirena. Il cuore prese la rincorsa della speranza
-“dall'ufficio avranno denunciato la mia scomparsa, i servizi d'ordine mi staranno cercando, mi salveranno!”- Pensò la donna. Il battito cardiaco martellava le tempie, l'ansia contraeva lo stomaco
L'assalì un dubbio: “che giorno sarà? Signor aiutami, fa che sia un giorno lavorativo.”
Urlò la donna nella speranza che qualcuno la udisse oppure che i suoi sequestratori la scaricassero perchè gli aveva rotto i timpani e altro.
Qualcosa o qualcuno si mosse accanto a lei. -“Aiuto!!!! sono qui, salvatemi!!!”- sfiatò. Un eco disarmonico di parole, come fuoriuscite da un megafono, le martellò impietoso i timpani già doloranti -“stia zitta! Stia zittaaaaaaa...non se ne può più!!”-
-“vorrei vedere te al posto mio! Maledettooo!!! Chi sei? Cosa vuoi da me? Perchè mi tieni prigioniera!...liberami, non sono ricca, ti pregooo” - invocò la donna passando dal tono prepotente a quello pietoso.
Per tutta risposta il megafono gracchiò - “ La smetta di rompere i timpani!”- Due forti mani, intanto, assicuravano le caviglie e i polsi della donna alle sponde del giaciglio.
-“nooooooooooooo!” - urlò, consumando tutta la riserva del suo fiato.- “ Liberatemi, soffro di claustrofobia...vi prego starò buona, non urlerò più!”-
-“Cosa volete da me? Perchè sono prigioniera? - Piagnucolò soffocata da conati di vomito.
Si addormentò per la stanchezza.
Quando si svegliò il mal di testa, seppur attenuato, era lì a ricordarle l'incubo. Era sempre ancorata allo stretto giaciglio ma non udiva né motori né rollii. L'ambiente era ovattato, silenzioso, troppo silenzioso. Il medesimo odore ma più acre. Il naso infastidito, le prudette.
Sollevò la mano per alleggerire il fastidio...era libera. Distratta dal prurito non udì i passi felpati che le si avvicinarono. Qualcuno le tolse di dosso i jeans tirandoli a strattoni dalla caviglie.
Avrebbe voluto ribellarsi, difendersi, urlare, scalciare ma...era troppo stanca, confusa, impedita, come se le fosse passato addosso uno schiacciasassi.
Per la debolezza e la paura, svenne.
Quando ritornò in sè, realizzò di avere addosso una camicia abbondante che la copriva solo davanti mentre, la parte posteriore poggiava nuda sopra un fresco lenzuolo.
Fattasi coraggio, Anna aprì gli occhi.
In una nuvola di nebbia due fantasmi bianchi roteavano nella stanza confondendosi l'uno nell'altro. Un raggio di luce evidenziava alcuni quadri di un nero lucido dove teschi umani ridevano guardandola da enormi cavità orbitali.
-“ o sono morta in attesa che mi chiamino dall'ufficio “locum tuum usque in sempiternum ” o sono al manicomio.. impazzita!”- Pensò rassegnata la donna.
Chiuse gli occhi per ascoltare l'altra metà di se stessa, quella più spiritosa , che stuzzicandola le rammentò che i manicomi erano chiusi, mentre, l'ufficio “destinazioni per l'eternità - Rettore San Pietro” era aperto. In altra occasione avrebbe riso, adesso non le sembrò il caso.
Si addormentò.
Al risveglio la nebbia era svanita, tutto aveva smesso di roteare, anche i fantasma si erano fermati, le stavano di fronte voltandole le spalle..e non erano fantasmi. Due uomini in camice bianco, dirigevano verso una fonte di luce delle lastre craniche
La donna concentrò l'attenzione sulle parole dei due.
-“bla, bla, bla trauma cranico bla, bla, ischemia, bla,bla macchia bianca più evanescente delle lastre precedenti...bene, bene-”
-“ professore pensa che possiamo mandare la signora in corsia?”-
-“uhummm, rivediamo il tutto! A che ore è arrivata l'ambulanza con la signora?”-
-“ alla undici e trenta, un'ora dopo il malore... ah professore la signora, durante il tragitto ha avuto un violento attacco di panico!” -
Lente lacrime scesero sulle gote di Anna.






27 maggio, 2016

Assente giustificata...

Biografia ufficiale
Autori sardi / sito Luigi Ladu

Maria Antonietta Sechi insegnante di scuola primaria in pensione è nata a Portotorres da genitori di origine sassarese.
Sposata, vive a SANTA MARIA COGHINAS da oltre quarant'anni.
Si diletta a scrivere con passione poesie in italiano e in vernacolo ( gallurese-coghinese, portotorrese). Compone abilmente anche racconti in italiano.
Teneri Haiku e satirici Limerick che pubblica nel suo Blog
A Pasqua 2013 è uscita la sua prima pubblicazione
"WAI,WAI" un racconto per adolescenti
edizioni "il ciliegio “.
Premi e menzioni
2014
Concorso prosa e poesia
Mariuccia Ruju Dessì FIDAPA Italy”
-Menzione d'onore con la poesia “Armonioso intreccio”
-Secondo premio prosa con il racconto “ Tay “
Anno 2015
Concorso in “limba sarda” indetto dall'Associazione AUSER di Budoni
-Primo premio con la poesia in gallurese-coghinese “Cleopatra in Gaddhura”
Concorso Rosilde Bertolotti” in lingua sarda indetto dall'associazione FIDAPA Sassari
-Primo premio con il racconto in gallurese-coghinese “lu banzigu di mamma”
Anno 2016
Concorso “contos e paristorias” indetto dall' associazione culturale di Suni
Menzione d'onore con il racconto in gallurese-coghinese
lu battiu”
Concorso prosa e poesia “Mariuccia Ruju Dessì “ FIDAPA Sassari
-Terzo premio prosa con il racconto “ “ Locum tuum usque in sempiternum”
- Segnalazione con la poesia " l'ultima speme affido al lume lunare"





07 maggio, 2016

Racconto Tutti al mare

Tutti al mare

E' un freddo pomeriggio.
Tea al riparo d' una roccia, erta in mezzo la macchia mediterranea che precede la spiaggia, osserva la natura accarezzata dal grecale. E' Autunno.
Autunno inoltrato fuori e dentro lei.
La Primavera e l’estate sono volate velocemente come l’infanzia e l’adolescenza.
Ha davanti a se il mare. I gomiti poggiati sulle ginocchia, il mento sulla mano osserva le onde giocare con le rocce, nascondersi negli anfratti, rubare la sabbia alla battigia. Lo sguardo subisce il suo fascino. Lo ha amato da sempre, a lui continua ad affidare i suoi pensieri, in lui si perde e si ritrova, fin da bambina. La mente si rilassa rivivendo il mare nei ricordi dolci e colorati dell'età più tenera della vita.
Come petali di rose dimenticate dentro un libro appaiono fragili immagini profumate d'infanzia. Si rivede bambina con i genitori, la sorella i tre fratelli, zia Pina, vedova del fratello della mamma, e i loro tre figli. Tea, i fratelli, la sorella, i cugini avevano vissuto il tempo libero, di quella prima parte della loro vita, insieme.
Durante le vacanze per le feste di Natale, Pasqua ma soprattutto in Estate erano un'unica famiglia.
Le scuole chiuse, giorni e mesi di vacanze da vivere con quella che Tea considerava, ancora adesso che è mamma e nonna, la sua famiglia base.
Il giorno più atteso della settimana era la domenica, chiusa l'officina, il babbo portava tutti al mare.
La domenica iniziava dal sabato con l’arrivo della zia Pina e dei suoi tre figli.
La mamma e la zia, tutto il sabato davanti ai fornelli a preparare il pranzo e la merenda per la giornata al mare.
Pietanze così numerose e abbondanti che evidenziavano i ricordi della fame vissuta nel periodo della guerra. Tea, ad occhi chiusi, sente quei deliziosi profumi e aromi delle innumerevoli pietanze. Polpette fritte e poi affogate nel ragù per condire gli gnocchi, piatto forte per i ragazzi. Seguivano melanzane impanate, ripiene di mortadella, rimpanate e rifritte, le rimanenti erano sistemate tra strati di sugo e formaggio nella teglia che, infilata nel forno, le amalgamava trasformandole in succulenta parmigiana. Zucchine fritte, ripiene, porcetto arrosto e qualche chilo di fettine impanate per la merenda dei “lupi” affamati. Era normale preparare la lepre in agrodolce, l’insalata di polpi con le patate marinati con aglio, prezzemolo, peperoncino, olio e aceto, insalata d'aragosta, frutta e verdura...
Tea e sua sorella aiutavano in cucina.
Si sentivano prigioniere e infelici nel “bruciare” le ore del sabato aiutando la mamma e la zia senza un attimo libero per preparare “l'occorrente” per giocare al mare. Cosa, invece, concessa ai maschi.
Tra cugini e fratelli erano sei, tutti impegnati nel preparare “gli attrezzi” per vivere l’avventura al mare, ma soprattutto, il dopo pranzo quando, le madri imponevano la regola “niente bagno prima delle quattro ore!”
Terminato il pranzo era concesso loro “ giocare nei dintorni” tranne entrare nel mare e nel fiume
I maschi, più numerosi ma anche più grandi, decidevano loro come trascorrere le ore della digestione, vi era un’unica certezza “ niente femmine!”
Per seminarle sceglievano i sentieri più impervi, i più sassosi…..raccontavano di lucertoloni, Tea paurosa, sarebbe anche ritornata indietro ma sua sorella, “ maschiaccio “ per natura, li seguiva con prepotenza, Tea per non sentirsi inferiore, le stava dietro. Era, sempre quella che titubante chiudeva, la fila.
S'immettevano in una radura con cespugli di macchia mediterranea e ruderi di capanne di pastori abbandonate. Tea ricordava “ i maschietti” trasformarsi in Tarzan, cacciatori, soldati. Lei e la sorella, pur non potendo partecipare potevano “osservare” le battaglie a condizione che non facessero le “spie”. Le due sorelle consideravano un privilegio seguirli, soprattutto se ricevevano la grazia d'esser ammesse ad alcuni giochi più adatti anche alle “femmine”. Tea adorava giocare con i fratelli ed i cugini “a gli sciatori”. Dopo aver faticosamente risalito montagne di sabbia, scivolavano fino alla spiaggia, utilizzando il cartone come schettino sulla neve. A volte, le due sorelle non guadavano il fiume, si fermavano sulla sponda. Chiusi gli occhi, la donna si rivedeva con la sorella immergere le mani nell'acqua pura, gelida, trasparente di “Fiumesanto”, per cogliere manciate di sabbia finissima da filtrare in cerca di ciottoli bianchi per giocare alle “cinque pietre” I ciottoli erano rari ma non le palline nere degli escrementi di pecora che l'acqua fredda rendeva abbastanza resistenti per il gioco.
La domenica mattina gli ultimi preparativi. La mamma metteva sulla fiamma il pentolone per cuocere gli gnocchi, nel frattempo, la zia Pina, Tea e sua sorella sistemavano le pietanze nelle terrine.
Non esistevano i frigo portatili o i contenitori di plastica ma tutto rigorosamente di ceramica, terrine,” noooo!” meglio definire “terrone” veri e propri “lavamani,” di tutte le grandezze, contenevano il cibo fino al bordo ricoperto con coperchi di pentoloni , tenuti fermi da teli di cucina, annodati per gli angoli. Il tutto sistemato dentro cassette di legno. In altre cassette si sistemavano piatti lisci e fondi, posate di acciaio e bicchieri di vetro, bottiglie di birra e di vino e una bibita gassosa “la spuma”. Una cesta di pane.
Tutto avvolto in tovaglie e tovaglioli di stoffa, che al mare avrebbero svolto il loro reale compito anche se decorate di profumate macchie d'olio
Finalmente, mentre, la mamma annegava in abbondante ragù e formaggio gli gnocchi, il babbo svolgeva la cerimonia dell’aragosta, l'ultima pietanza.
Prendeva, con cura, l’aragosta lessata, l'allungava sul tagliere poi , con mano sicura, la tagliava al centro della schiena, evitando di spezzare il filo rosso che toglieva mostrandolo orgogliosamente intero.
Poi la spolpava e tagliata a pezzi, la condiva con pinzimonio di limone e olio.
“che emozione!”
Finalmente pronti, iniziava la fase sistemazione cassette e “umani” dentro e fuori la “giardinetta” familiare.
Prima le cassette. I ragazzi aiutavano a sistemarle sul portapacchi, agli ordini del babbo. Cercavano gli incastri come in un puzzles, quindi sistemava almeno tre ombrelloni, due sdraio, una a strisce gialle e l'altra arancione, sediette di legno, la “valigia da spiaggia”, un simbolo dello sviluppo economico degli anni sessanta. Tutto era ricoperto con i teloni degli ombrelloni, iniziava, quindi, la fase “prendi la corda“ “adesso lancia la corda”, ahiaaaa!, stai attento!!! ma non ti ho visto!”...
Legare tutto sul portapacchi era veramente un’ impresa, tanto era alta la montagna di bagaglio.
In cima alla montagna vi era l’amore, la passione dei ragazzi: la cameradaria di trattore o camion, rattoppata e gonfiata con cura dai maschietti , praticamente l'unico salvagente per lo sciame di ragazzini.
Non era un semplice salvagente ma la zattera dei pirati, la piscina per tuffarsi dentro come delfini. Piccolo dettaglio: la grossa cameradaria aveva una valvola enorme, quindi tutti lottavano per non prenderla sulla schiena, sulle cosce, perché i segni che lasciava duravano oltre la settimana. Era ovvio: quello accanto alla terribile valvola, era l’unico posto riservato alle femmine.
Infine, sistemati i bagagli, prendevano posto le persone.
In macchina, sul davanti sedeva la mamma .
Nel sedile posteriore le femmine e la zia ed un maschietto, preso a caso per le orecchie, perché tutti volevano andare nel portabagagli che il babbo chiamava sorridendo “la conigliera”:
I ragazzi , cinque, entravano ad uno ad uno tra vari “aia!, spostati! E stringiti!”
Stavano stretti, anche perchè nelle tasche custodivano oggetti personali come la fionda, le biglie, la pallina fatta di fette di cameradaria di bicicletta sovrapposte l'una sull'altra con un sasso per baricentro !! ” Tea sorrideva con tenera malinconia a quelle pennellate di colori che si aprivano la strada tra i meandri della mente. Rivedeva la macchina stracarica partire verso la spiaggia, dove si sarebbero incontrati con le altre famiglie di parenti. Arrivare a “Fiumesanto” non era cosa facile. La “giardinetta” aveva problemi alla pompa “C”. Ogni pochi chilometri si ingolfava di benzina e il motore si fermava. Il babbo di Tea scendeva dalla macchina, sollevava il cofano, tolta la famigerata pompa, vi soffiava dentro a tutto fiato, sputata la saliva imbenzinata ritornava alla guida fino alla prossima ingolfata e così fino al mare dove arrivava bruciato dal sole. Ci si accampava sempre nello stesso punto, come se si fosse pagata la tassa di soggiorno e approssimativamente nello stesso orario dello zio Luigi con la sua cinquecento simile ad un guscio di tartaruga, tanto le gomme sparivano schiacciate dal peso del carico di persone e bagagli.
Alcune volte si univa la famiglia del cugino Nino con la moglie Anna, favolose le sue polpette al rosmarino, e i loro due figli.
Una tribù al completo.
“Però, che sfiga” rifletteva Tea,
Le bambine erano tre, i maschi almeno otto, anche dieci.
Appena arrivati, il babbo apriva gli sportelli e, come nei migliori film comici, si usciva uno dietro l'altro. Si era così numerosi che si aveva l'impressione che da una portiera si uscisse per rientrare dall'altra.
Subito, si riceveva l’ordine: “che nessuno scappi! Ci sono i bagagli!”
E dopo la fatica per metterli su iniziava il lavoro a ritroso, metterli giù dal portapacchi e trasferire il tutto sul punto scelto dalle madri.
Sistemati i bagagli, baci e abbracci con i familiari già arrivati, e via al rito ”sistemazione ombrelloni e tendoni”.
Il compito dei ragazzi era quello di mettere la sabbia per fissare le tende, passare le corde per legarle a paletti fissati dentro i fossi scavato, precedentemente, in profondità nella sabbia. Ora che “l’accampamento” formato dai colorati ombrelloni e relative tende delle tribù era a posto ormai, l'orologio segnava due dopo mezzogiorno...finalmente “via tutti in acqua”….tra le urla delle mamme
“non andate lontano!, guai a chi tiene la testa di qualcuno sotto l’acqua!, non vi picchiate! Lasciate spazio alle bambine! E voi bambine non fate i maschiacci!”
Nemmeno uno di questi “ordini” veniva eseguito.
Ci si tuffava schizzandosi a vicenda, si tiravano manate di acqua e poi il babbo lanciava la cameradaria che, con un tonfo toccava l’acqua tra le grida gioiose dei ragazzi., le mamme continuavano a dare ordini e il babbo tranquillamente
“ma lasciateli giocare!”
“ ma se annegano?” gli urlava la mamma
Il babbo con tranquilla ironia” non preoccuparti sono così numerosi che non se ne accorge nessuno!”
Zia Pina coglieva sorridendo la battuta, la mamma né coglieva, né sorrideva.
Tea rivedeva e risentiva il loro schiamazzare gioioso confuso con le grida dei gabbiani che si allontanavano, con frullio di ali, alla ricerca di lidi più quieti.
Tutti si arrampicavano sulla grossa cameradaria per tuffarsi dentro e rispuntare con uno schizzo d’acqua, si spingevano, si spintonavano per raggiunger l’ambito posto…però non litigavano
-Nel frattempo i “grandi” preparavano la “tavolata” per il pranzo.
Tavoli, sedie, sdraio, tovaglie, ognuno metteva quel che aveva portato. Le pietanze erano le stesse.
Le mamme confrontavano i metodi di preparazione vantando ciascuna la propria arte culinaria.
Seduta sotto un ombrellone vi era una cugina, poco più piccola di Tea: Rosy.
Era la figlia dello zio Luigi, nata dopo diversi maschi. I suoi genitori, poichè soffriva di asma , la tenevano chiusa come dentro una campana
Indossava un costume “da bagno” ( si fa per dire) cucito dalla sua mamma con della stoffa di maglia, per proteggerle il petto e le spalle dai colpi d’aria e, con quaranta gradi all’ombra, dopo aver indossato sul costume un golfino di filo di cotone, osservava, con i suoi grandi occhi tristi e circondati da grosse occhiaie, i fratelli e i cugini che giocavano. Al ricordo Tea s'intristisce. Rosy, nella sua scelta di vita sarà segnata non dall'asma ma dall'ossessiva protezione dei genitori.
Appena la tavolata era pronta, esattamente un’ora , più o meno dall’inizio del bagno, i ragazzi erano richiamati perchè uscissero fuori ad asciugarsi.
Grandi proteste ricevevano in risposta. Uno usciva, un altro ritornava dentro
Ma era inutile, la mamma di Tea sgridava, non solo i figli ma anche il marito, più permissivo e paziente, perché si imponesse con i figli.
La zia Pina aveva un modo molto personale e raffinato per richiamare i suoi : emetteva un leggero fischio inspirando l’aria tra i denti, con le labbra leggermente aperte.
Alla fine si usciva tutti dall’acqua, brontolando e imbronciati, si asciugavano e poi si sistemavano vicini, seduti sul secchiello rovesciato.
E la tavolata?” era per gli adulti!!!
Iniziava il giro delle pietanze.
I ragazzi, anche se avevano accordato di mangiar poco per ridurre quelle famigerate ore della digestione, finivano con il mangiare come lupi, secondo le leggi dell’adolescenza.
Dopo tre ore di attesa per il secondo bagno i fratelli di Tea, insieme ai cugini facevano le piramidi umane. I più grandi alla base, sopra le loro spalle i medi, fino ad arrivare a metter su il più piccolo. A questo punto la piramide crollava e dove?
guarda caso sulla battigia, così crolla adesso, crolla dopo, i ragazzi erano tutti bagnati,
A questo punto il coro. Possiamo fare il bagno?
Risposta corale dei Grandi “ perché siete asciutti?
Al solito il padre di Tea: lasciateli andare a giocare nell’acqua”
E tutti a correre con tuffi e spanciate nelle cristalline acquee incontaminate.
Il sole sta tramontando sul mare. E' ora di rientrare. Chiuse le veline dei ricordi tra le pagine del tempo, strette il golfino sulle emozioni del cuore Tea riprende lentamente la strada verso il suo oggi.












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