25 giugno, 2014

Attimo...OMAR SIVORI...quando il calcio era educazione

Tra i tanti campioni del tempo ho scelto lui...perchè i miei diari, dalle medie alle superiori erano zeppe di sue foto, ai tempi c'insifattuava della correttezza, dell'impegno, della personalità schiva di compromessi...

IL PIÙ FORTE
E non c'erano regole da rispettare né finzioni da
tutelare, spiattellava crudele che quello non lo voleva
vedere e la Juve ne faceva a meno. Bisognava che
capissero che era il più forte, anche Boniperti anche
Charles, bisognava che gli facessero una statua in
Piazza San Carlo. Il Divo Sivori si concedeva tutto.
Finita la partita andava dove voleva lui. Si allenava
quando voleva lui, mangiava quel che voleva lui, finiva
di giocare a carte quando voleva lui, «Non lo vedi che
ho da fare?», diceva al povero cronista venuto per
un'intervista.
Le interviste le concedeva quando si era alzato bene, e
quando i monarchi si alzano bene al mattino? Tre
scudetti, tre Coppe Italia ('59,'60, e'65), 215 partite e
135 gol, nove volte azzurro d'Italia: così il ruolino di
Omar Enrique, indomabile asso della Juventus. La sua
specialità era il tunnel ma anche il gol sardonico. Il
gol prendingiro, il gol menefreghista, il gol cinico. Più
di una volta, scartati il terzino e il trafelato portiere,
aspettava che rinvenissero prima di appioppare al
pallone il colpetto decisivo. I suoi tocchi al volo, le sue
mezze rovesciate, le sue carognesche finte non sono
state più dimenticate da chi l'ha conosciuto. Faceva il
fallo per primo sul terzino, lo intimoriva lui il killer di
turno. A stinchi nudi, guardandolo coi suoi occhi pieni
di sconfinata protervia, dove abitava il suo vero
coraggio, coraggio della disperazione, coraggio della
E POI ARRIVÒ SIVORI...
Sivori è nato a San Nicolas, un paesotto a 200 km da Buenos Aires, il 2 ottobre 1935. Era stato
ingaggiato, su segnalazione di Renato Cesarini, dal River Plate nel 1952, che lo aveva prelevato nella
squadra del Teatro Municipal. Arrivava da noi decantato componente del trio degli «Angeli dalla
faccia sporca», lui, Maschio Angelillo avevano fatto faville nella «selecion» biancoceleste vincendo
il campionato sudamericano.
Doveva arrivare lui per capire che ancora non sapevamo niente nessuno, in quanto a calcio giocato
con perfidissima grandezza e in quanto al resto, l'inquietudine selvaggia dell'uomo, il suo sfidare il
mondo a stinchi nudi dribblando i virulenti difensori e perfino irridendoli con un giochino nuovo: il
tunnel. Era l'estate 1957. Veniva a costare alla Juventus (che aveva da qualche mese il più giovane
presidente d'Italia, Umberto Agnelli) la bellezza, in quei giorni non ancora esplosi nel decantato
boom economico del Paese, di dieci milioni di pesetas versati nelle casse del River Plate che
adoperava la cifra per rinnovare lo stadio.
Nella cronaca di Carlo Bergoglio detto Carlin, re giornalistico d'epoca, sull'avvenimento del primo
match giocato allo stadio di Torino in un pomeriggio di pioggia da Enrique Omar Sivori, si colgono
perplessità nella prosa del maestro, perché l'argentino rallentò molto il gioco, esprimendo soltanto a
momenti la superiore perfidia del suo piede sinistro.

LO SCUDETTO DEL 1958
La formazione bianconera vincitrice subito del campionato con Sivori e Charles - campionato 1957-58
- dev'essere ricordata con una sorta di trepidazione: Mattrel, Corradi e Garzena, Emoli, Ferrario,
Colombo, Nicole, Boniperti, Charles, Sivori, Stacchini.
La Juventus stracciò tutti in quel campionato a 18, anche la Fiorentina (a otto punti) e il Padova di
Rocco (a nove). Va detto, senza tema di smentite, che la squadra riuscì a far combaciare le sue
disuguaglianze, assorbendo giocatori non proprio eleganti come Garzena, Emoli e Colombo in una
trama di gioco che verticalizzava su John Charles il gallese e assumeva la parte del drammatico
risolutore appunto in Sivori.
Corradi era terzino elegante e strategico quanto Garzena era pressapochista e fumoso, Emoli e
Colombo sgobbavano, Boniperti col 7 di schiena ed il sorriso sulle labbra giocava da regista sul
podio, legnando all'occorrenza e mai sciupando un pallone. Lo stopper Ferrario mulinava piedoni
zeppi di ferraglia in modo più che altro drastico. Non fece mai male a nessuno ma faceva paura a
vederlo. E tra i pali quel miracoloso ragazzo di nome Carletto Mattrel, portiere anomalo, qualcosa gli
impediva di staccarsi nel colpo di reni, era tutto piazzamento e abilità nelle uscite. Non aveva tanta
forza fisica. Però quel campionato fu meravigliosamente suo: 33 partite, quanti gli anni del Signore.
E che giornate memorabili... Lui, il portiere dal viso di bambino con fossette e dai riccioli spensierati, il
gallese amante della birra preso perennemente in giro da Sivori e Sivori, per la regia di Boniperti,
fabbricarono quel decimo scudetto.

I «DUE» SIVORI
Sivori si presentò al mondo della
pedata italica e in quattro battute lo
ebbe ai suoi piedi. Intanto dedicava
le sue dichiarazioni sarcastiche a chi
volesse capire e poi giocava da
capo apache, da impavido
approfittatore delle debolezze altrui,
da diavolo giocava a stinchi nudi,
per dimostrare che non c'era mai
stato un'altro come lui. Sivori
avrebbe fatto ritornare
dall'Argentina il suo amicone con
borse, borsette - sotto gli occhi -
Renato Cesarini detto «Ce».
La classe di Enrique Omar Sivori
culminava nel piede sinistro ma si
esercitava nella pedinazione
dell'av-  versario da infilare nel
suo diabolico giochino.
Quel testone arruffato da neri
capelli, quei due occhi scuri ora torvi
ora dolci, quella sua voce strascicata
e come satura di antiche predizioni
che menava per il bavero a destra e
a sinistra, chi l'ha dimenticata nella
Juve? Sapeva essere un impareggiabile compagnone ma subito dopo un imperdonabile
rompiscatole. Era civile ma un istante dopo selvaggio.
Era amabile, perfino soave e venti secondi dopo perfino brutale. Era sangue e arena, era zucchero e
cicuta, era Sivori. Il suo veleno era il suo sangue indio, nei momenti di rabbia un cieco furore.
Boniperti riuscì a tenergli testa soltanto con la pazienza e il sorriso. E accorciò la sua carriera per
lasciare campo libero allo straripante compare. Torino, la Juventus, l'Italia si innamorarono follemente
di Omar Sivori. Non che mancassero altre attrazioni. Mentre Rachele Mussolini raccontava la vita di
suo marito Benito, usciva la «cinquecento», prezzo nemmeno mezzo milione, l'automobile per tutti.
Solo l'automobile? Per tutti anche il papa dell'amore, il papa della semplicità, il papa quieto e meno
appariscente di tutti i tempi moderni: Giovanni XXIII. E il calcio di Sivori per tutti, il contrario del
calcio del collettivo per intenderci, calcio di angeli e diavoli radunati in un piede solo, il sinistro, in un
testone arruffato. Il «Cabezon» dava spettacolo. E tutto doveva piegarsi a lui perché potesse alla
domenica sentirsi abbastanza ispirato da dare spettacolo.
classe, coraggio indio. Ebbe un piede solo Sivori! Il destro gli serviva per saltare sul tram? Tutte
storie. Pochi fuoriclasse sono stati immensi, stratosferici, ineguagliabili come lui. Maradona fu
più veloce, ma Sivori era più artistico, più malandrino, più divertente, più diavolesco...

ADDIO JUVE
Lasciò la Juve nel 1965, per colpa di Heriberto Herrera, il paraguagio. Fu soprattutto perché era
precocemente logoro. Heriberto era stato chiamato, anzi convocato, per ridare ordine e disciplina
alla Juve che in ultimo non si allenava più e sì alzava al mattino quando si alzava Sivori. E così Napoli
conobbe Sivori. Gli scugnizzi napoletani andarono a prelevarlo a Capodichino, una colonna
interminabile di cartelli e di strombettate per il monarca che veniva a regnare ancora per la gioia
degli innamorati del calcio. In coppia con José Altafini, altro tipo malandrino, ma più scherzoso.
Va là, altre gloriose partite, 63 in tutto, condite da dodici gol. Poi una squalifica di sei giornate, che
assommata alle altre raggiungeva la cifra di 33, gli fece capire che era tempo di chiudere con il calcio,

il Re doveva abdicare...


4 commenti:

fata confetto ha detto...

Ciao Mietta,
mi ricordo ancora l'entusiasmo e gli aggettivi iperbolici del mio caro babbo che mi "raccontava Sivori" ...e io mi arrotolavo i calzettoni per imitarlo.
Tempi andati e ricordi bellissimi e adesso? Aspettiamo che passi l'onda...
Ti abbraccio
Marilena

Xavier Queer ha detto...

Ragionerò come un vecchio ma non mi importa, parli di valori che adesso non ci sono più, ora i giocatori si permettono di scioperare se il loro ingaggi si abbassano di poche centinaia di euro, l'etica è stata completamente dimenticata.
Pierre de Coubertin si vergognerebbe nel vedere a cosa sono arrivati per il dio denaro.
Un abbraccio

Melinda Santilli ha detto...

Ciao Mietta,
grazie per questo post, adesso sì che posso dire di sapere anche io qualcosa sul calcio vero, quello pulito di un tempo che poi è stato soppiantato da doping, corruzione e veline!
E' un pò come il ciclismo dei tempi di Coppi e Bartali, qualcosa di mitologico ormai :-)
Giocatori così adesso non ce ne sono più, purtroppo.
Che cosa triste quando l'etica viene sostituita col denaro.
Un abbraccio

maria antonietta Sechi ha detto...

Carissima Fata Confetto
Xav e mely
grazie per esser passati a trovarmi.
Questo scambio di emozioni attraverso i ricordi che sono per me e Fata "la nostra Storia" per Xav e Mely documenti di riflessione e confronto...come eravamo e come siamo ridotti
vi voglio bene...i confronti-commenti generazionali sono costruttivi per tutti...